Come concordato nel nostro primo incontro, inserisco qui le domande a cui rispondere. Ricordo che questa attività è destinata a chi ha esperienze di insegnamento.
Quale è la sua filosofia dell’insegnamento?
Come insegna?
Che metodologie didattiche utilizza?
Che esperienze con alunni disabili?
È soddisfatto del suo modo di insegnare?
La scadenza per l'inserimento dei commenti è fissata per le 24 del 15 aprile.
Non siete ovviamente tenuti a rispettare l'ordine delle domande nell'elaborazione della risposta.
Buon lavoro!
Buongiorno
RispondiEliminaBuongiorno
EliminaBuongiorno
EliminaCominciai a insegnare nella scuola pubblica 10 anni fa.
EliminaPensavo di insegnare come insegnano al conservatorio, strumento, solfeggio ascolto musicale e tutto il resto, ma poi un giorno mi fermò il preside della scuola e mi invitò a non insegnare il solfeggio altrimenti c'era il pericolo che i ragazzi si sarebbero ritirati ed egli mi avrebbe tagliato lo stipendio.
Mi sono visto crollare il mondo addosso, a malincuore ho dovuto trovare altri metodi di insegnamento: musica leggera, canzoncine famose;
invece delle note musicali i numeri, come un tempo si usavano i colori sui tasti del pianoforte.
Andava tutto bene, i ragazzi si appassionavano, tornavano alle lezioni successive molto gratificati.
Dopo qualche anno, in un altra scuola quando ancora gli alunni non conoscevano né una nota ne un accordo, la preside ci costringeva a formare l'orchestra completamente allo sbaraglio.
Quindi le nostre lezioni si limitavano durante tutto l'anno scolastico alle sole poche note che dovevano servire esclusivamente alla preparazione dei brani musicali del saggio di fine anno.
Se ne deduce, secondo la mia esperienza, che il livello artistico è molto deludente.
Una volta ho avuto la brillante idea di segnalare alla preside un ragazzo che non studiava mai.
Con grande stupore la preside mi risponde che il solo appoggiare le mani sulla chitarra è già un obiettivo raggiunto. Mah!
Quindi in definitiva qual'è la mia filosofia di insegnamento?
Ormai tutti gli ideali si sono trasformati in castelli di sabbia.
Comunque resta sempre l'utopia di insegnare secondo la tradizione ossia una buona impostazione dello strumento imparare le note, la teoria e tutto il resto.
La mia lezione in classe? Entrata in allegria , barzellette indovinelli per mettere gli alunni a proprio agio, giri armonici delle canzoni più famose . Qualche nota da un metodo, anche se l'occupazione preferita dai ragazzi resta sempre lo smartphone .
Un attimo che mi distraggo e immediatamente parte l'operazione di chat
Come insegno?
EliminaEntrata in classe sempre puntuale. Accordatura degli strumenti
Ripetizioni della lezione precedente. Sempre prima la parte teorica 10 minuti o un quarto d'ora. Lettura delle note da un metodo di studio. Correzione dell'impostazione.
Dopo di che accordi musica leggera, qualche brano rock.
Il metodo d'insegnamento non è uguale per tutti. Secondo le capacità di ognuno. C'è chi preferisce suonare con le note musicali seguendo uno spartito e chi invece ama solo la musica leggera.
C'è chi ha un'attitudine più spiccata e chi invece è meno portato.
Uso un approccio diverso per ognuno, comunque senza mai forzare la mano per non avere un effetto contrario.
Cerco di non alzare mai la voce, può anche succedere qualche volta.
Uso esempi diversi, frasi o parole che si abbinano alle frasi musicali così da far rimanere più impressa la lezione.
Quando mi accorgo che l'attenzione è venuta a mancare interrompo immediatamente e faccio qualcos'altro .
Che metodologia uso
EliminaMetodo personale. Faccio sedere l'alunno, faccio usare subito la chitarra.
Posizione delle dita indice medio anulare della mano sinistra per formare il do maggiore. Plettro nella mano destra . E cominciamo con una canzone famosa: il ragazzo della via gluck.
Il ragazzo è felice e gratificato.
Dopo una semplice melodia a pizzico, colonna sonora del ciclone.
Ho fatto la gioia del bambino. Sotto forma di gioco il bambino tornerà felice perché sa che imparare a suonare e cosa facile.
Il mio intento principale è quello di far appassionare il ragazzo.
Dopo 1 o 2 mesi comincio con l'insegnamento delle note musicali senza tralasciare la musica ritmica. Ne risulta che l'alunno studia con grande impegno intermittente.
Dopo questa linea di gioco quando il ragazzo sarà stufo sarà egli stesso a esplorare nuove idee.
Come si suol dire al bambino non può mangiare subito la pasta asciutta ma con ordine prima il latte, poi la pappa e così via.
Non ho mai avuto attività con disabili
EliminaÈ soddisfatto del suo modo di insegnare?
EliminaSono soddisfatto del mio modo di insegnare, i miei Ragazzi mi seguono, sono soddisfatti, formano dei gruppi musicali, si esibiscono.
Il mio obiettivo è stato raggiunto, cioè quello di farli appassionare, fare amare lo strumento. Si denota subito un ottimo livello di preparazione.
Venne notato anche da un dirigente scolastico che il mio metodo è superiore rispetto a quello dei docenti che mi avevano preceduto.
Si! Sono soddisfatto del mio lavoro.
È soddisfatto del suo modo di insegnare?
EliminaSono soddisfatto del mio modo di insegnare, i miei Ragazzi mi seguono, sono soddisfatti, formano dei gruppi musicali, si esibiscono.
Il mio obiettivo è stato raggiunto, cioè quello di farli appassionare, fare amare lo strumento. Si denota subito un ottimo livello di preparazione.
Venne notato anche da un dirigente scolastico che il mio metodo è superiore rispetto a quello dei docenti che mi avevano preceduto.
Si! Sono soddisfatto del mio lavoro.
Che metodologia uso
EliminaMetodo personale. Faccio sedere l'alunno, faccio usare subito la chitarra.
Posizione delle dita indice medio anulare della mano sinistra per formare il do maggiore. Plettro nella mano destra . E cominciamo con una canzone famosa: il ragazzo della via gluck.
Il ragazzo è felice e gratificato.
Dopo una semplice melodia a pizzico, colonna sonora del ciclone.
Ho fatto la gioia del bambino. Sotto forma di gioco il bambino tornerà felice perché sa che imparare a suonare e cosa facile.
Il mio intento principale è quello di far appassionare il ragazzo.
Dopo 1 o 2 mesi comincio con l'insegnamento delle note musicali senza tralasciare la musica ritmica. Ne risulta che l'alunno studia con grande impegno intermittente.
Dopo questa linea di gioco quando il ragazzo sarà stufo sarà egli stesso a esplorare nuove idee.
Come si suol dire al bambino non può mangiare subito la pasta asciutta ma con ordine prima il latte, poi la pappa e così via.
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RispondiEliminaProva!
RispondiEliminaAd oggi questo è il terzo anno di supplenza per l’insegnamento di clarinetto nella Scuola Secondaria di I grado, 2 anni a Montesarchio (BN) e ora a Ceppaloni (BN). Il primo giorno di lezione ero un po’ preoccupato: non sapevo cosa mi aspettava, gli alunni ai quali dovevo fare lezione e nemmeno che cosa fargli fare, essendo stato chiamato il giorno prima della presa di servizio.
RispondiEliminaAlla prima lezione mi sono presentato e ho chiesto agli alunni i libri di testo che usavano e a che livello erano arrivati, un po’ per fare il punto della situazione. La lezione di strumento è individuale quindi il rapporto che un insegnante ha con l’alunno è diverso da quello di un docente che fa lezione a tutta la classe. Come filosofia di insegnamento cerco di instaurare un rapporto quasi amichevole con i miei alunni per evitare un clima di timore/paura che non è per niente d’aiuto a uno strumentista: quando si suona bisogna avere i muscoli rilassati (quelli facciali in particolar modo per gli strumenti a fiato), avere una postura corretta del corpo, essere calmi, tutti fattori che influenzano anche la respirazione. Attenzione però a non confondere le cose: avere un rapporto quasi amichevole non significa farsi influenzare poi dalla simpatia riscontrata ma è solo un mio modo di pormi per far stare a loro agio gli alunni.
Durante la lezione ascolto gli esercizi del giorno e suono insieme all’alunno improvvisando melodie semplici per far abituare l’orecchio alla simultaneità dei suoni. Se ci sono degli errori gli faccio ascoltare la differenza tra giusto e sbagliato. Oltre agli esercizi di clarinetto gli faccio fare anche dei facili e brevi esercizi di canto per “allenare” l’orecchio. Alla fine della lezione gli assegno gli esercizi da svolgere a casa e gli spiego i passaggi più difficili o che richiedono posizioni delle dita particolari. Per gli esercizi di solfeggio uso lo stesso procedimento e invento anche degli esercizi scritti. Anche l’ascolto è importante: brani per orchestra disponibili su youtube e parti di concerti o sonate per clarinetto suonate da me in classe.
“La didattica studia l’insegnamento: l’analisi di quello che si fa perché un soggetto che voglia imparare apprenda conoscenze relative ai diversi saperi”. Questa definizione mi ha colpito perché parla di soggetti che vogliono imparare: se in questi 2 anni di esperienza d’insegnamento sono rimasto abbastanza soddisfatto dei risultati ottenuti, ho avuto serie difficoltà con alunni che non sono motivati e non hanno voglia di studiare. Una strategia che ho adottato per questi soggetti è stata quella di usare i mezzi informatici, che da qualche anno sono usati già dai giovanissimi (PC, tablet, smartphone) per fargli avvicinare al mondo della musica, facendogli usare programmi di scrittura musicale.
1) Qual'è la sua filosofia dell'insegnamento?
RispondiEliminaSaper insegnare sia a coloro che hanno pochissime nozioni dello strumento sia a coloro che hanno conoscenze più avanzate. Per fare questo, per me, è importante far procedere di pari passo l'insegnamento della teoria con la pratica, sia con pezzi semplici, cantabili, popolari sia con pezzettini più difficili. La ricerca didattica è dettata dall'esperienza personale,dalla sperimentazione e al suo adattamento alle esigenze attuali. Ovvero non si deve appesantire l'alunno con noiose lezioni di musica ma creare lezioni originali e divertenti, creare nell'alunno autonomia e senso critico.
2) Come insegna?
E' necessario fare delle scelte specifiche e mirate a seconda delle situazioni che si presentano. Da ciò deriva la scelta dei metodi da utilizzare e cercare di colmare le carenze tecniche ed espressive che l'alunno ha. I metodi consistono sia in volumi, sia in fotocopie che l'insegnante propone all'alunno nella lezione frontale, nell'ansamble e nell'orchestra;
3) Che metodologie didattiche utilizza?
Fornire nozioni di teoria musicale e di impostazione strumentale. Fare test di verifica, accompagnare le melodie con accordi, far cantare l'alunno pronunciando il nome delle note. Importante è anche la dimensione della chitarra.
4) Che esperienza ha con alunni disabili?
Nonostante diverse deficienze che l'alunno ha presentato, si è inserito bene nel gruppo da un punto di vista sociale quindi nella socializzazione, sia con il profitto. Ha manifestato il possedimento di una dimensione ludico-musicale divertendosi ed improvvisando con assenza di spartiti, frammenti ritmici e melodici tratti da pezzi conosciuti raggiungendo ottimi risultati.
5) E' soddisfatto del suo modo di insegnare?
Credo di non essere l'unica docente che pensa e propone il lavoro in questa maniera come spiegato nella prima domanda. Sono soddisfatta ancor più se l'alunno mi ascolta e mette in pratica i consigli dati. Credo che insegnando in questo modo possa ottenere notevoli soddisfazioni.
SACCO Marianna – 1 Aprile 2015
RispondiEliminaSpesso nel corso della mia esperienza da docente ho cercato di pormi delle domande fondamentali, tipo:
Sono un bravo insegnante? Riesco a comunicare bene con gli alunni? Sono chiaro nell’espletare la mia disciplina?
Ad essere sincero, inizialmente ho affrontato numerose problematiche nella classe, il tutto amplificato da una contesto sociale molto difficile, con seri problemi educativi da parte di molte famiglie etichettate come “famiglie ignoranti”. L’inizio è stato veramente difficile e non mi vergogno a scriverlo. Appena terminati gli studi avevo immagazzinato una marea di strategie, tipologie, dati di tipo teorico, ma nella realtà della Scuola Pubblica Italiana di una città difficile del sud Italia mi sono reso conto da subito che esistono problemi ben più gravi. Nel tempo ho dovuto adottare delle strategie, metodologie adeguate alla situazione in modo da poter trarre da ogni singolo alunno, soprattutto da quelli più disagiati, un qualcosa di buono. Devo dire che a distanza di anni mi sento veramente soddisfatto e molto orgoglioso di quello che ho creato e del bene umano che i miei ex ed attuali alunni hanno nei miei confronti. Secondo il mio punto di vista tutti docenti devono essere prima di ogni cosa dei facilitatori. Spesso nelle scuole capita di avere a che fare con alunni difficili, con problematiche familiari che riversano inevitabilmente nella scuola. Cercare di impostare a questi ragazzi un modo di vivere alternativo, non è stato facile, ma è indispensabile provarci. Credo che qualsiasi docente deve essere capace non solo di espletare la propria disciplina, ma educare nel senso di accompagnare la persona didatticamente e in tutte le sue forme come essere. Secondo la mia filosofia d’insegnamento credo che le parole chiave siano facilitare, supportare, comunicare empaticamente comprendendo il mondo interiore dei propri alunni, comunicare verbalmente non solo nozioni della propria materia, ma anche una semplice frase, un semplice “bravo”, possono rafforzare il rapporto tra alunno e docente. Ancora più importante e il saper ascoltare. Non è da tutti. Oggi la nostra società corre e noi inevitabilmente dobbiamo stare al passo. Non è così! L’ascolto è fondamentale, è l’inizio e la fine di ogni rapporto. Tutti dovremmo ascoltare di più i nostri alunni e capire quali sono i problemi che li affliggono, quali sono gli interessi, quali sono i loro sogni e fare di questi ascolti lezioni essenziali per la loro crescita. Naturalmente avendo a che fare con nove classi ho dovuto creare tipologie d’insegnamento schematiche in modo da poter seguire tutti gli alunni in maniera esplicita. Essendo un insegnante di musica ho necessità di comunicare più che nozioni teoriche, la praticità del suonare uno strumento musicale. La didattica musicale negli ultimi cinquant’anni ha fatto grandi passi: tuttavia, credo che un bravo professore di musica non insegna tramite nozioni teoriche, ma parte direttamente dalla pratica per poi trarne la teoria successivamente.
DANIELE DELLE FAVE 1/2 1 Aprile 2015
RispondiEliminaLe mie lezioni, si svolgono soprattutto tramite l’utilizzo di strumenti digitali avendo la possibilità di utilizzare in tutte le classi lavagne multimediali. Non è più l’epoca dello scrivere, ma è l’epoca della manualità, della tecnologia, delle immagini, quindi sono cambiati i modi di apprendere. Generalmente faccio utilizzo di video ascolto, basi musicali in modo da poter semplificare sempre più l’obiettivo della lezione. Per esempio, se devo spiegare le figure musicali, preferisco prima far vivere loro l’esperienza musicale di persona e poi spiegare loro quello che hanno fatto. Esattamente un processo inverso a quello di qualche decennio fa. Devo dire che i risultati sono veramente ottimi. Altro fattore di rilevata importanza è la competizione. Spesso facciamo delle vere e proprie gare su dei brani musicali per vedere chi li esegue meglio. Questa attività coinvolge completamente tutti i componenti della classe e riesco così ad ottenere un risultato anche dai ragazzi poco studiosi. Infatti, una bella soddisfazione è vedere che la maggior parte dei ragazzi BES che ho in classe non hanno insufficienze in musica. Cosa significa questo? Attraverso la competizione l’alunno si sente parte integrante della classe. Anche l’alunno meno coinvolto diventa partecipe e protagonista e quindi si sente appagato e studia musica. Non nascondo affatto che alcuni tra i miei migliori alunni sono BES. Cosa ancora più bella e gratificante e che ovunque li incontro mi salutano, mi abbracciano, mi cercano sempre e quando sanno che devono fare supplenza sono felici. E’ inutile nasconderlo, insegnare per me è il lavoro più gratificante di qualsiasi altro, perché c’è il contatto umano e il confronto. Devo essere ancora più leale. Durante i miei primi anni d’insegnamento ero molto titubante, alcune volte anche insicuro. La mia vera scuola è stato l’insegnamento sul sostegno. Ho insegnato ai disabili per un po’ di anni pur non essendo abilitato e devo dire che è stata un’esperienza fortissima che mi ha lasciato una tristezza, ma allo stesso tempo ha rinvigorito il mio animo, il mio approccio nei confronti degli alunni bisognosi. E’ stata un’esperienza così forte dal punto di vista umano che spesso assimilavo le sofferenze degli alunni che seguivo portandole addirittura in famiglia, ma, e a distanza di tempo posso affermare che mi hanno aiutato ad essere una persona migliore. L’ultimo alunno era un A.D.H.D. estremamente iperattivo e devo dire che non è stato affatto semplice, ma questa esperienza mi ha stimolato a cercare e trovare con conseguenti risultati, strategie e approcci fuori dal comune. Un’esperienza immensa che mi ha profondamente colpito, e allo stesso tempo mi ha fatto diventare forte sotto ogni aspetto comportamentale. Io da quella conoscenza sento di avere un occhio più attento, di entrare in relazione con tutti i ragazzi e a comunicare al meglio la mia disciplina instaurando un rapporto positivo con tutti gli alunni, basato sul reciproco rispetto e sullo studio costante della disciplina. Dopo tutto quello che ho scritto posso dire che sono veramente soddisfatto del mio modo di insegnare. Mi sento sicuro, lavoro con tranquillità ed ho un ottimo rapporto con tutti i miei alunni e sento che anche loro mi stimano tanto e ricambiano questo mio lavoro con rispetto e studio.
DANIELE DELLE FAVE. 2/2 1 Aprile 2015
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RispondiEliminaAddolorato Valentino PAGINA 1
RispondiElimina1. Quale è la sua filosofia dell’insegnamento?
Introduco dicendo di essere al mio sesto anno del percorso educativo da insegnante di strumento musicale (Saxofono), finalizzato a trasmette le mie nozioni alle “nuove generazioni” , ovvero ai ragazzi delle scuole primarie di secondo grado. La mia prima esperienza da insegnante ha avuto inizio nel 2007. Nel corso degli anni la mia visione dell’ insegnamento è cambiata notevolmente (guai se non fosse stato così), ed insieme ad essa, di conseguenza, il modo di insegnare. Cit. :” -Gli strumenti sono gli stessi da quando sono stati inventati, perché dovremmo cambiare il modo di insegnarli?- , così rispondeva un insegnante di strumento ad un collega che lo invitava a riflettere sulla metodologia”. In questa risposta si evince a mio parere una visione dell’ insegnamento dello strumento un po’ troppo limitata e semplicistica poiché non si insegna ad usare lo strumento in sé come oggetto, ma a fare esperienze musicali ossia ad usare questo oggetto per produrre musica. Per adempiere a questo obbiettivo l’insegnante non può non tenere conto di diversi fattori che entrano in gioco e che condizionano l’efficacia del suo operato. Ad esempio, il metodo di insegnamento deve tener conto della persona che interagisce con lo strumento, se è un bambino, un adolescente o un adulto, in quanto le diverse generazioni hanno differenti atteggiamenti, gusti e competenze tecnico-teoriche; non può ignorare inoltre gli svariati stili, generi e linguaggi che oggi ha la musica e che essa ha acquisito nel tempo. Credo, dunque, che un insegnante che prenda atto delle dinamiche sociali e culturali del proprio tempo, possa imprimere all’ insegnamento dello strumento un’azione efficace e dare un senso al proprio rapporto con la musica. Per chi impara a suonarlo, lo strumento musicale diventa un compagno di vita, si entra in relazione con esso per cui non è più solo un oggetto che occupa uno spazio fisico, ma comincia ad entrare anche nello spazio mentale e a mettere in relazione se stessi con il mondo esterno, attraverso l’universo dei suoni. Tutti gli oggetti che creano una relazione con la musica sono strumenti musicali. Dunque, un violino, un saxofono, un pianoforte, una tromba ecc… sono veicoli, mezzi per creare una relazione con il mondo della musica e dei suoi infiniti suoni. L'ingresso ormai dilagante nella lezione di strumento di repertori appartenenti a nuovi generi e stili non solo, ha prodotto un ampliamento quantitativo, ma ha anche introdotto modi di trasmissione estranei al modello tradizionale tipici di alcune culture musicali che non usano la scrittura o lo fanno in modo accessorio e marginale. Ad esempio, l 'esecuzione di una canzone di musica leggera, di un blues o del tema di una colonna sonora implica processi e pratiche diversi da quello della lettura dello spartito, come: suonare ad orecchio, "sciogliere” le sigle degli accordi, improvvisare, arrangiare per organici diversi ecc. Di conseguenza vengono ridisegnate le competenze dello strumentista, sempre più vicine a quelle del musicista polifunzionale che già la tradizione rinascimentale e barocca conosceva. Emerge sempre più la necessità di un maestro globale, che formi un allievo globale, che si faccia carico di fornire all’ allievo competenze non solo tecnico-esecutive ma anche analitiche, storico-stilistiche e improvvisativo-compositive.
Addolorato Valentino PAGINA 2
RispondiElimina2. Come insegna?
L’educazione musicale svolge un ruolo fondamentale nella formazione di un individuo. Non solo dal punto di vista culturale, la musica è un mezzo educativo al valore estetico e al senso del bello, ma oggi è ad essa riconosciuta un enorme valore etico. La musica è necessaria alla vita, può cambiarla, migliorarla e in certi casi può anche salvarla (in certi contesti sociali difficili).
Il presupposto più importante per suonare ed esprimersi al meglio è quello di sviluppare costantemente la propria consapevolezza fisica. Gli elementi fondanti della musica, come il senso del ritmo e della melodia traggono origine da sensazioni corporee e sensoriali; il dominio dell’agilità, il controllo del suono e del fraseggio richiedono una sensibilità raffinata verso le sensazioni fisiche più sottili.
Per sviluppare una tecnica strumentale solida non basta la conoscenza della musica e dello strumento, ma occorre anche una certa competenza sulla struttura anatomica del corpo e sulle leggi che governano il movimento.
L’ energia del corpo deve essere sintonizzata o, ancor meglio accordata con quella della musica. Un corpo rigido o scarsamente vitale non e in grado di vivere ed esprimere pienamente l’intensità delle emozioni.
Il corpo è lo strumento più importante di cui si dispone per conoscere se stessi; nella postura, nel modo di muoverti, di respirare, persino nelle singole cellule sono registrate: la propria storia personale, le proprie emozioni e le proprie esperienze. La mente razionale può elaborare pensieri, spiegazioni e strategie, ma solo il corpo e le sensazioni fisiche ti dicono cosa provi veramente in ogni istante della tua vita.
Una serie di consigli che quotidianamente suggerisco ai miei alunni comprende la ricerca di sensazioni piacevoli. Suonare è gioia, benessere, divertimento. Il senso del piacere ti mette in sintonia con il tuo istinto vitale, un’energia potente che ti nutre e ti sostiene. Un mio insegnante di saxofono una volta disse che lo strumento è sì in sé un saxofono, per la sua forma, sinuosità e caratteristiche, quindi un mezzo per poter musicare qualsiasi cosa si voglia, ma allo stesso tempo si può adoperare come un giocattolo, con esso possiamo divertirci, sperimentare cose inconsuete, ed addirittura usarlo come soprammobile, una fioriera ecc.. lo strumento non cambia, ma cambia il nostro modo di intenderlo. È importante allenarsi a diventare consapevoli delle tensioni in eccesso. Imparare a distinguere il lavoro muscolare necessario da quello superfluo (ottimizzare il soffio nello strumento per una migliore produzione del suono). Dedicare costante attenzione alla postura e ai possibili disallineamenti. Bisogna abituarsi a far fluttuare l’attenzione, spostandola di tanto in tanto dai dettagli del gesto (ad es. il movimento delle dita) allo sfondo (la postura generale, il respiro, la sensazione del corpo nel suo insieme) e viceversa. Questo a mio avviso aiuta a sviluppare una maggiore flessibilità, senza fissarti in metodi rigidi e di adottare una panoramica più completa nel modo di suonare.
Si eviti di ripetere troppo a lungo singoli passaggi separandoli dal contesto in cui si trovano. Assicurarsi di avere chiaro il senso musicale di quello che si suona; la dinamica, la direzione del fraseggio, il colore del suono o l’andamento ritmico possono modificare completamente l’assetto tecnico di un passaggio.
È importante alternare allo studio tecnico l’esecuzione (anche non perfetta) dello stesso passaggio o dell’intero brano: in questo modo si può verificare se l’ approccio tecnico è pienamente allineato con le proprie intenzioni musicali. Se l’allievo non riesce ad eseguirlo, perché non è ancora pronto, spesso sprono a cantarlo o ad immaginare di suonarlo dentro di se.
Addolorato Valentino PAGINA 3 ..continuazione di “Come insegna?”...
RispondiEliminaTra i miei punti di forza nell’insegnamento del mio strumento, c’è l’invito a sorridere quando ci si trova in un passaggio difficile. Il sorriso richiama stati di gioia e benessere, sblocca la respirazione, e migliora la percezione uditiva; infatti, quando la mascella è chiusa e contratta anche l’orecchio tende a chiudersi, riducendo la capacità di ascolto.
Detto ciò, la mia prima lezione individuale con un alunno inizia sempre con l’ individuare le peculiarità dell’alunno dopo di che adotto tra le varie tipologie metodologiche, quella specifica, più consona alla personalità del ragazzo. Durante il percorso educativo di un ragazzo nel suonare uno strumento, interloquisco con lui, stilando una sorta di programma educativo cucito per esso al momento, in base ai suoi desideri, passioni etc., e cerco di non portare avanti una lezione “copia e incolla” collettiva. Cerco di instaurare con l’alunno un rapporto non basato su “insegnante – alunno”, ma persona “guida” che consiglia come meglio raggiungere l’obiettivo, ossia, la sua miglior performance nella lezione giornaliera.
Nel periodo che precede l’acquisto dello strumento dello studente, fornisco una preparazione teorica e pratica sulla lettura delle note e valori, su varie strutture ritmiche da me proposte, cantillazioni di melodie a loro conosciute, e “tablatura” completa sullo strumento (relazione tra nota e tasto), e su una parte molto importante riguardante esercizi giornalieri sulla respirazione di pancia o comunemente detta diaframmatica, tratti dai metodi di “Edizione Critica”.
Al loro primo approccio con lo strumento è importante procedere alla produzione del suono in primis solo nel becco, per facilitare l’emissione di un suono, riducendo la spinta della colonna d’aria che evita così, di attraversare per intero lo strumento. L’approccio al becco è fondamentale per stabilire sin da subito il rapporto tra soffio e suono, cosi che approcciare poi con lo strumento per intero, risulta al ragazzo psicologicamente meno complesso.
Per i primi tempi la posizione dell’imboccatura deve essere per il ragazzo acquisita spontaneamente, in modo che a lui risulti il più naturale possibile. Successivamente con l’acquisizione del giusto rapporto tra quantità di soffio e qualità sonora, si procede con l’impostazione classica allo strumento.
Durante questa fase l’interesse dell’alunno per lo strumento viene sostenuto propinando al ragazzo brani di facile esecuzione, spesso da lui indicati e da me riadattati al suo livello di preparazione, unendo contemporaneamente l’esercizio alla giusta diteggiatura sullo strumento. Questa fase di studio verrà integrata con studi tecnici, attività di lettura a prima vista e piccole invenzioni (improvvisazioni), associandole a frasi alternate a volte legate e a volte staccate.
Successivamente insegno al ragazzo ad ascoltare il proprio suono e stabilire la qualità del suono stesso. Nella maggior parte dei casi l’alunno riesce a riconoscere quando il suo suono è di scarsa qualità e decide di ripeterlo.
Altro obiettivo da far raggiungere all’allievo è la distinzione delle variazioni agogiche, dei colori, dinamiche, e il discorso di frase musicale.
Un punto importante per alimentare l’interesse dell’alunno allo strumento, è l’introduzione alla musica d’insieme, dove il confronto e la competizione con i compagni rappresenta un ulteriore stimolo di crescita e di miglioramento nello studio. Un ulteriore stimolo è anche rappresentato dalle esibizioni individuali. Per questo tipo di esibizioni insegno all’alunno altre nozioni specifiche, quali: il vibrato ed espressività, per migliorare e raffinare l’esecuzione del “Concerto”. A tale scopo un ulteriore supporto proviene da strumenti multimediali, come computer, tablet, CD, DVD, connessioni a siti specifici dove si possono ascoltare e vedere le varie interpretazioni che altri strumentisti danno al “concerto” in questione, rafforzando le idee dell’allievo.
Addolorato Valentino PAGINA 4
RispondiElimina3. Che metodologie didattiche utilizza?
Le metodologie didattiche da me usate nell’insegnamento dello strumento, sono il frutto degli imput ricevuti nel corso dei miei studi da tutti gli insegnanti che ho avuto, da tutti i corsi di perfezionamento e Masters a cui ho partecipato e dalla lettura di testi sulle varie metodiche d’insegnamento del saxofono.
Il mio metodo d’insegnamento consiste in quello classico di tipo “dogmatico/espositivo”, il cui presupposto è quello che la conoscenza è comunicata direttamente dall’insegnante all’allievo per mezzo della lezione e nel caso specifico della pratica strumentale, è passare per processi di apprendimento basati sulla ripetizione (dunque sull’addestramento), per imitazione di un modello fornito o, comunque, per “lettura” ossia mediante forme di decodifica del dato fornito. La mia lezione dunque consiste di fornire agli studenti spiegazioni ed esempi su come eseguire determinati passaggi, così che l’allievo possa apprendere per esposizione diretta e per imitazione del dato fornito.
In alcune circostanze il mio metodo mira a far acquisire all’alunno le fondamentali strategie logiche ed operative (processuali) che caratterizzano la disciplina e la costruzione attiva del sapere, secondo il metodo di tipo interrogativo/dialogico. In base alle personali attitudini degli alunni, offro spunti di riflessione o di lavoro sotto forma di problemi da risolvere, sollecitando l’allievo dal canto suo a trovare risposte/soluzioni a partire da una propria impostazione del problema (es: “come potresti risolvere questo passaggio con la diteggiatura?...”).
Altro aspetto importante del mio modo di insegnare è quello di stimolare nell’allievo un’esecuzione musicale nella forma più libera possibile, attraverso un approccio creativo, interpretativo ed improvvisativo del linguaggio musicale. Invito l’allievo da solo o in gruppo a produrre una propria esperienza all’interno di un contesto da me suggerito. Nella maggior parte dei casi registro la performance e riascoltandola insieme troviamo spunti di riflessione.
4. Che esperienze ha con alunni disabili?
Nel mio piccolo seppur intenso lavoro da insegnante, ad oggi non ho avuto esperienze con alunni disabili, per cui non posso esprimere o comunicare le mie impressioni a tal riguardo. Sono sicuro che, qualora dovessi trovarmi ad insegnare in un contesto in cui è presente un alunno disabile, affronterei l’insegnamento dello strumento con lo stesso entusiasmo ma con approcci diversi mirati al benessere generale dell’alunno.
Addolorato Valentino PAGINA 5
RispondiElimina5. È soddisfatto del suo modo di insegnare?
Mi sento pienamente soddisfatto del mio modo di insegnare; ho avuto modo di capire che gli alunni seguono e apprezzano il mio metodo di insegnamento. Nonostante l’intenso lavoro che richiede l’insegnamento dello strumento, mi sento molto gratificato nell’osservare come i ragazzi progressivamente apprendono l’uso del saxofono ed imparano a produrre musica, passando dall’esecuzione di singole note a brani via via di difficoltà crescente. È per me motivo di orgoglio osservare quanti dei miei alunni si appassionano al saxofono e che questo diventi per molti di loro il traino per riaccendere o rafforzare l’interesse per lo studio in generale, per convivere e superare problematiche che spesso i ragazzi vivono a quell’età o che derivano da un contesto sociale-familiare difficile. Cito un episodio simpatico ma per me molto significativo: qualche tempo fa, alcuni genitori dei miei alunni mi hanno chiesto espressamente di dire ai loro figli di suonare di meno a casa, perché suonavano talmente tanto da disturbare i condomini e di tralasciare lo studio delle altre materie curriculari. Ovviamente io non l’ho fatto; come potevo mai dire loro di non suonare? Gli ho semplicemente detto di studiare e di non abbandonare le altre materie. Il mio lavoro è apprezzato dai miei colleghi di strumento, con i quali ho stabilito rapporti di collaborazione molto positivi e produttivi per la crescita armonica di tutte le classi di strumento, e anche dal dirigente scolastico che l’anno scorso mi ha conferito un attestato di merito, il cui valore è per me quello di continuare a trasmettere la passione che ho per questo strumento.
Concludo inoltre che la didattica dello strumento è un continuo “Work In Progress”; ogni giorno oltre a divulgare il mio sapere agli allievi del corso, sono convinto che ad imparare molto di più sia io. La molteplicità delle caratteristiche dei ragazzi e dei differenti approcci metodologici da adottare per ognuno di loro, diventano per me veicolo per affinare e migliorare sempre di più le mie capacità di insegnamento.
Addolorato Valentino 02/04/2015
La mia prima esperienza d’insegnamento nella scuola pubblica è avvenuta nell’anno scolastico 2013/2014 presso il Convitto Naz. “M. Pagano” di Campobasso con una supplenza in una classe prima e si è protratta fino a quasi un mese fa. Il mio principale timore era quello di non riuscire a motivare sufficientemente i ragazzi, sebbene prevalesse in me l’idea che lo spirito che li accomunava era molto simile a quello di un tipico ragazzo che si iscrive volontariamente in un Conservatorio. Per questo motivo, il mio primo “errore” è stato quello di impostare la lezione basandomi molto sugli esercizi di tecnica e su una solidità di base, senza tener conto delle logiche interne che accomunano molte scuole: tanti studenti vengono dirottati sulla seconda o terza preferenza indicata tra i quattro strumenti presenti nella scuola, determinando una resistenza iniziale allo studio dello strumento assegnato; a volte si iscrivono più per un desiderio del genitore piuttosto che per iniziativa del ragazzo stesso; soprattutto nelle scuole in cui c’è carenza di studenti, i ragazzi vengono ammessi proprio per riempire i ‘vuoti’ che si creano nelle classi di strumento, compresi quelli che entrano in corso d’anno in sostituzione di quelli che si sono ritirati e, nel caso del Convitto, un’impossibilità a studiare a casa se non il sabato pomeriggio o la domenica poiché i ragazzi rimangono ogni pomeriggio a scuola fino alle 18. Le prime lezioni individuali si svolgevano prevalentemente sull’impostazione delle mani, sull’intonazione e sulla postura. La maggior parte di essi infatti, assumeva posizioni scorrette che, a lungo andare avrebbero portato a problemi di schiena e cervicale. Per quanto possibile, cercavo sempre di accompagnare i ragazzi con una seconda voce, in modo da alleggerire e rendere più piacevole possibile l’esercizio, fargli eseguire piccoli brani facilmente suonabili a prima vista e rendere il clima disteso, nel momento in cui l’alunno prendeva coscienza del suo ruolo e fin dove poteva spingere le proprie ‘libertà’. Nel corso del tempo ho imparato a dare un po’ più spazio ai brani musicali, a volte anche da essi stessi proposti, adattandoli al loro livello e servendomene come spunto di riflessione per problemi tecnici irrisolti, poiché non motivati abbastanza nella pratica dell’esercizio sul libro di metodo. Ho potuto constatare, in questo modo, che la loro motivazione cresceva e che, con loro stessa meraviglia, il violoncello non significava più solo uno strumento di sostegno armonico e dalla difficile corretta intonazione, bensì un mezzo per creare ogni genere di musica. Finora non ho avuto esperienza con alunni disabili, sebbene significherebbe arricchire notevolmente la qualità delle metodologie e, soprattutto, dell’approccio umano tra alunno e insegnante. Anche se la mia esperienza nel campo dell’insegnamento non è affatto vasta, non mi ritengo molto soddisfatta del primo anno, sebbene sia stato fondamentale per migliorare il secondo anno e per capire la mia concezione di scuola e le diversità che intercorrono con il conservatorio, i rapporti umani e professionali con gli alunni e tra i docenti - di coesione per il bene comune - e la qualità del lavoro richiesta ai ragazzi, che sia di primaria importanza anche un po’ a discapito della quantità.
RispondiEliminaMaria Miele
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RispondiEliminaENRICO FORCUCCI PARTE 1:Innanzitutto grazie per averci dato la possibilità di parlare del nostro lavoro e di esprimerci in questo blog.In fondo poi è anche quello che faccio con i miei allievi:mentre cerco di insegnare loro qualsiasi cosa,apprendendo al contempo,é come se spiegassi loro,tra lerighe, quello che dovrebbe essere il mio compito nell'ambito lavorativo.Credo che la "filosofia dell'insegnamento" di qualsiasi docente sia in continua evoluzione e che sia impossibile pronunciarne una.Attualmente potrei ,per esempio ,dire questo: arrivare a scuola mentre i ragazzi stanno ancora consumando un panino prima della lezione (quelle di strumento,in genere individuali, iniziano alle 14,dopo che quelli che sono ciò che noi siamo stati hanno superato,di certo non indenni,le mattutine ore di cattività )e sentirsi dire:"professó. .oggi non me ne tiene";rispondere "nemmeno a me" avviandomi in classe ed attendere,sapendo,(sperando)che lui (o lei )mentre manipola col cellulare insieme ai compagni , si sente piacevolmente complice nella inevitabile sollecitazione al rientro in classe.Piacevolmente sia per la qualitá del rapporto instaurato,sia perché l'attività musicale non dovrebbe prescindere dal perseguimento del piacere.Per me insegnare è come dire:"guarda che se vai(mi segui,ti tengo per mano)in questa direzione puoi scoprire questo".Uno strumento musicale è per definizione un "mezzo", un tramite attraverso il quale esprimere,dandogli forma,qualcosa che è già in potenza dentro ognuno di noi,nessuno escluso.Esso sta "a metá"fra ciò che ci è stato donato e ciò che possiamo riconsegnare agli altri,rielaborato ed individualizzato,oltreché valutato, attraverso i suoni.Quindi la prima cosa che cerco di fare è guidare l'allievo a scoprire dentro di sé, attraverso l'intonazione al canto,quanto é prezioso ciò che ha dentro.Credo che in fondo nessuno sia stonato e, con un lavoro da "levatrice" (citando il Filosofo)in ambito musicale,si potrebbe far scoprire a chiunque,anche solo per un attimo,il piacere e la gioa dell'emettere anche un solo suono , individuato ad una certa frequenza ,
RispondiEliminain una determinata parte del corpo, mentre con amore per sé stessi e per gli altri
si contempla la luce ed il creato.Detto in due parole mi propongo di iniziare "dalla(dal) fine", cercando di reperire il diamante per indicare la miniera.Credo che prima che si insegni qualsiasi disciplina,bisognerebbe spiegare ai ragazzi il senso di quello che si cerca di fare a scuola ed andrebbe istituita,a mio modesto avviso,una specifica materia scolastica che si occupi di questo.
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RispondiEliminaENRICO FORCUCCI PARTE 2:Tornando al discorso strettamente musicale,posso asserire che i germogli dei quali andiamo a prenderci cura si trovano in genere in fondo ad un terreno seminaridito ed il lavoro che cerco di fare all'inizio andrebbe svolto molto prima:nella scuola primaria se non in età pre-scolare.Noi insegnanti di strumento musicale dovremmo già raccogliere i frutti di quanto seminato in precedenza da mani esperte, e troppo spesso più che di educatore,devo indossare i panni di una sorta di "tardivo riabilitatore"(non abilititato,ironia della sorte!)il quale cerca di consolare l'infermo spiegando che non è "disabile",ma semplicimente non riesce a correre perchè non è stato mai indotto a camminare correttamente:stando cosí le cose, lascio dedurre ad altri fino a che punto ci si possa sentire soddisfatti del proprio modo di insegnare, mentre mi sento di asserire che il caso ideale che ho sopra riportato potrebbe essere un risultato comune ,frequente e duraturo e non una sorta di sporadica esperienza trascendentale.Tornando al modo di insegnare,i suoni cantati li individuo sul pentagramma mostrando ai ragazzi come in esso si manifesti una rappresentazione grafica di ciò che è dentro di noi.Spiego che i suoni gravi vibrano più in basso nel corpo e quindi i simboli corrispondenti (note) si inseriscono giú,al contrario di quelli alti.Poi,rendendoli partecipi nel processo di scrittura elementare sul pentagramma, li mettiamo insieme cercando di intonarli pronunciandone il nome(do,mi,fa ecc.)Utilizzando poi i nomi delle note come se fossero sillabe di nuove parole,(per es. doremire=intuire)otteniamo il primo accesso alla musica intesa come linguaggio.Soprattutto all'inizio mi avvalgo di un metodo personale,che posso giudicare soddisfacente, maturato nei diversi anni di esperienza didattica ,attraverso il quale cerco di convogliare i dati che emergono di volta in volta dall'attività teorico-pratica in un insieme costruttivo ed edificante,scrivendo per esempio insieme all'allievo piccole melodie adatte al singolo caso e utili ad una maturazione degli elementi positivi emersi durante la lezione. Estrapolo poi materiali diversi dai molteplici e diffusi metodi per violino (Curci-Suzuki-Bigi -Loureaux ecc.)integrandoli con il lavoro precedentemente svolto.Per quel che riguarda le specificità dello strumento che insegno(il violino), induco i ragazzi a prendere consapevolezza delle implicazioni fisiche(pressione,velocità, peso,frequenza ecc.) che subentrano nella sollecitazione delle sue componenti mentre già tentano di utilizzarlo come mezzo di imitazione della loro voce.Una volta acquisita una certa abilità insegno loro come approcciarsi allo strumento nei negli ambiti della musica d'insieme,suonado con loro.Quello di far sì che intendano le conoscenze e le abilità acquisite anche come un mezzo per partecipare a contesti di musica d'insieme è un obiettivo fondamentale:confrontarsi,sentirsi utili e valorizzati nella realizzazione di un progetto comune(saggio di fine anno),è profondamente educativo e li aiuta perpiú a contrastare certe forme di isolamento che vanno sempre più radicandosi nel vivere comune, per via della pseudo-comunicazione causata dall'uso improprio di cellulari e smartphone.
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RispondiEliminaEnrico Forcucci 3: Purtroppo non mi sento pienamente soddisfatto del mio modo di insegnare anche per un altro motivo:vorrei per es. dare più spazio all'ascolto.Ogni tanto chiedo loro di inviarmi tramite Bluetooth(link YouTube ) qualche brano che sono soliti ascoltare,sia per provare a suonarlo riadattato e magari inserirlo nel programma da proporre nei saggi di fine anno,sia perché percepiscano
RispondiEliminail mio interesse nei loro confronti e possano a loro volta interessarsi all'insegnante in una logica di scambio che risulti edificante dal punto di vista del rapporto umano oltreché per un altro obiettivo didattico:proporre poi,per esempio, qualcosa che piace me.Purtroppo il tempo a nostra disposizione (un'ora a settimana)è poco.Di solito i ragazzi,troppo carichi di compiti, si applicano a casa soltanto il giorno prima della lezione e la maggior parte dei progressi,valutati pubblicamente nei saggi di Natale o di fine anno, si deve ottenere durante l'attività in classe;quindi il tempo da destinare all'ascolto é decisamente scarso e risulta arduo il compito
di favorire appieno lo sviluppo del loro senso critico ed estetico,per far si che uno strumento musicale, che sia il violino o un altro, insieme alla conoscenza del repertorio storico-musicale ad esso collegato,diventino un canale di accesso,per es., alla cultura storico-artistico-letteraria in genere. Far quindi comprendere la differenza fra una canzone di Ligabue ed il concerto di Mendelssohn per violino ed orchestra suonato,che so, da Anne Sophie Mutter(faccio un esempio estremo),richiederebbe un lavoro specifico,organizzato in modo accurato,con tempi e risorse decisamente superiori a quelle attuali: spesso é risultato problematico anche avere soltanto l'aula a disposizione(e non per l'ascolto,ma per fare lezione)!Rispondo alla domanda sulle mie esperienze con bambini disabili:non ne ho avute soprattutto perché, ove si è presentato il caso,si è cercato di orientarli verso strumenti che comportano un più facile approccio iniziale (pianoforte,percussioni).
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RispondiEliminaPARTE 1
RispondiEliminaQUAL È LA SUA FILOSOFIA DELL’INSEGNAMENTO?
“Il maestro mediocre riferisce. Il buon maestro spiega. Il maestro eccellente dimostra. Il grande maestro ispirà.”William Arthur Ward
L’esigenza di elaborare un diverso modello di studi strumentali è scaturita dalla necessità di dare risposta a delle domande che mi sono posto più volte:
• E’ possibile ideare un percorso d’insegnamento strumentale “parallelo” a quello tradizionale in cui le attività di improvvisazione e composizione, legate ad una chiara intenzione didattica, possano contribuire
a far sì che l’allievo si accosti allo studio del sassofono con interesse e motivazione?
• E ancora……è possibile che in un simile percorso d’insegnamento tali attività risultino il mezzo per consolidare l’apprendimento di elementi linguistici (intervalli, scale, accordi, regioni tonali, ecc.), ma anche di sviluppare abilità come quella legata all’uso dell’orecchio o competenze musicali che vanno dalla percezione all’analisi , dalla comprensione all’esecuzione, alla composizione?
Se i molteplici contributi teorici sull’argomento asseriscono che improvvisare non è semplicemente un
modo di “fare” musica, ma anche un modo di “pensare” la musica; se la pratica improvvisativa, oltre a permettere l’interiorizzazione di strutture linguistiche, risulta inscindibilmente connessa a meccanismi di
comprensione ed assimilazione di strutture linguistiche, è possibile, quindi, che attraverso tali procedimenti
l’allievo abbia la possibilità di sviluppare livelli di competenze tecnico-linguistiche che gli permettano di realizzare un prodotto di cui è consapevole e da cui scaturisce il “piacere” della realizzazione.
L’interesse per la ricerca di strumenti metodologici capaci di aiutarmi a costruire una didattica il più possibile corretta dal punto di vista pedagogico è nato nel 2011 in seguito al mio diploma in Sassofono, dopo il diploma, infatti, mi sono reso conto che, degli studi che aveva fatto fino a quel momento, ciò che realmente nel mondo lavorativo (da musicista non da insegnante) stavo mettendo in pratica era solo il 20% di quello studiato. Ho fatto un percorso di musica classica (l’unico percorso, fino a qualche anno fa, che si potesse intraprendere per chi volesse studiare il sassofono) e l’utilizzo di una filosofia d’insegnamento diversa da quella che ha avuto il mio insegnante nei miei confronti è scaturita da un motivo ben preciso, ossia quello legato alla natura dello strumento. In generale il sassofono è presente in tutti i generi musicali. A causa della sua recente invenzione 1846 , nella musica classica il sassofono è un po’ penalizzato dalla limitata letteratura, trova invece largo impiego in situazioni di musica d’insieme in stile moderno dove non esistono spartiti, dove tutto è basato sulla composizione ed esecuzione estemporanea attraverso la propria personalità musicale. Ora anche pensando alle musiche che trasmettono nelle più grandi emittenti radiofoniche italiane, sono musiche provenienti dal repertorio poop, i ragazzi, quindi, sin da piccoli vengono “educati” all’ascolto di musica non colta e arrivano a lezione di musica con la voglia di riprodurre quel tipo di musica, quel genere musicale. Il compito più grande dell’insegnante, è sia quello di fargli appassionare pian piano alla musica colta partendo dalla musica che a lui piace, ma è anche quello di non mettere a tacere sin da subito le emozioni interne dell’allievo e quindi la sua motivazione intrinseca, ma soprattutto, il compito più importante, è quello di formare un allievo a 360°, un allievo che antropologicamente sta cambiando, un allievo che si trova a vivere in una società dove la contaminazione non fa più scandalo e che quindi deve riuscire ad adattarsi ad ogni situazione ed essere pronto a suonare ogni genere musicale.
PARTE 2
RispondiEliminaOra questo è un problema che non possiamo trascurare a livello generale , ma poi ancor di più per un sassofonista è un problema di primo piano. Nasce, a questo punto, sempre più la necessità di un maestro globale, che formi un allievo a 360°, che si faccia carico di fornire all’ allievo competenze non solo tecnico-esecutive ma anche analitiche, storico-stilistiche e improvvisativo-compositive.
Dal 2011 in poi, in seguito a queste riflessioni, il lavoro è continuato indirizzandomi verso l’ideazione di un metodo di insegnamento strumentale “parallelo” a quello tradizionale, che vede la prassi improvvisativa non solo come modalità di approccio strumentale, ma come processo capace di far acquisire e consolidare l’apprendimento delle strutture proprie del linguaggio musicale di base, promovendo anche esperienze compositive.
Nello specifico, le proposte hanno riguardato gli allievi della Scuola Comunale di musica “Pierino Mignogna” e ancor prima gli allievi privati che seguo da ormai diversi anni.
COME INSEGNA? CHE METODOLOGIE DIDATICHE USA?
La risposta a questa domanda e subordianata alla mia filosofia d’insegnamento. L’insegnamento strumentale ha avuto in Italia negli ultimi anni un notevole sviluppo, tuttavia risente ancora della tendenza a concepirsi in modo parcellizzato e tecnicistico quale didattica dei singoli strumenti. È invece essenziale, per un insegnante, prendere consapevolezza di princìpi e criteri più generali, così da poter scegliere in modo motivato e coerente le strategie più adeguate al raggiungimento dei propri obiettivi, sia sul piano musicale, sia su quello strumentale. Una tale consapevolezza rappresenta una sorta di bussola, che orienta l’azione formativa in un territorio culturale e sociale non solo maggiormente articolato e impervio rispetto al passato, ma anche in continua trasformazione, tanto sul piano dei contesti e delle finalità, quanto su quello dei destinatari (oggi estremamente eterogenei per età, bisogni, interessi e competenze), delle modalità di trasmissione del sapere e, non da ultimo, dei contenuti culturali (LE MUSICHE DA INSEGNARE). Premetto che la mia prima esperienza come insegnante l’ho avuta con dei ragazzi che venivano a lezione privatamente, quindi l’obiettivo più generale, oltre che quello di farli arrivare a suonare in modo dignitoso nel minor tempo possibile, era anche quello di non fargli perdere la motivazione così da non perdere gli allievi. Delle volte gli insegnanti dimenticano che insegnare è un compito difficilissimo, e specialmente negli ultimi anni della loro carriera, forse perche frustrati, pensano solo a percepire lo stipendio a fine mese senza pensare alla qualità del lavoro. Nel mio caso, se della qualità del mio lavoro non ne faceva la priorità assoluta, avrei perso tutti i miei allievi che per due anni mi hanno dato lavoro.
Le lezioni sono quasi sempre singole tranne che in alcuni incontri di musica d’insieme. Ho sempre Impostato la lezione partendo dai loro gusti personali; i ragazzi che vengono a lezione privatamente di solito hanno una motivazione intrinseca maggiore rispetto ai ragazzi che fanno strumento a scuola; ho sempre cercato di assecondare i loro gusti musicali facendo studiare loro i motivetti delle canzoni che avevano già sentito in radio e che quindi erano di loro piacimento, di questi motivetti ne faccio parte della mia lezione: prendo alcuni passaggi difficili del motivetto e ne creo un esercizio per sviluppare la tecnica, ogni motivetto, anche quello più semplice, ha al suo interno un fraseggio di senso compiuto e a questo punto lo studio del brano non diventa più una semplice lettura delle note ma anche una esecuzione consapevole/espressiva.
PARTE 3
RispondiEliminaDel motivetto che loro vogliono suonare “tiro fuori” le armonie spiegando loro anche l’importanza e cos’è l’amonia, e con l’ausilio di alcuni programmi al pc faccio suonare il brano appena studiato sulla base orchestrale virtuale da me creata, prima facendogli eseguire il brano così come studiato e poi sugli stessi accordi, in una fase più avanzata facendogli provare a costruire una variazione (improvvisazione) al tema da loro proposto. L’altra parte della lezione la dedico allo studio dei brani di repertorio colto, lo studio della tecnica, lo studio del suono, che è la cosa principale e all’ascolto. Invito i miei alunni ad ascoltare molto, prima di fare una esecuzione, di qualsiasi brano o motivetto, con la propria idea musicale bisogna conoscere ed aver sentito tante idee diverse di quella stessa composizione. Tutto ciò avviene tramite la lezione metodologica, illustro durante la lezione i metodi per arrivare a suonare un passaggio/composizione. Faccio sentire loro i passaggi più difficili, il suono giusto, il tipo di fraseggio da utilizzare nei diversi generi, e soprattutto cerco di far capire loro l’importanza delle note e dell’armonia all’interno di una frase, proprio come stessero facendo un’analisi logica di una frase di italiano. Naturalmente ascolto loro i compiti che gli assegno la lezione precedente, dando loro dei feedback quando svolgono i compito in modo corretto. A seconda poi dei diversi allievi e dei diversi livelli adotto strategie e metodi con annesse metodologie diverse.
PARTE 4
RispondiEliminaCHE ESPERIENZE CON ALUNNI DISABILI?
Quest’anno è il mio terzo anno di insegnamento, due con alunni privati e quest’anno in una scuola comunale, e non ho avuto mai l’occasione di lavorare con alunni disabili. Non nascondo che l’idea di lavorare con alunni disabili mi fa paura, sia a causa della mia enorme sensibilità ma anche per il fatto che per un disabile la musica delle volte può essere “l’ultima spiaggia di salvataggio”, e non avendo le competenze per insegnare loro l’idea mi fa paura.
È SODDISFATTO DEL SUO MODO DI INSEGNARE?
L’esperienza è la somma degli errori!
Io credo che il modo di insegnare non sia perfetto, come ogni cosa ha bisogno del suo rodaggio. Sono fermamente convinto però che la vecchia scuola oggi non funziona più, il vecchio modo di insegnare la musica, e non solo la musica, oggi sarebbe deleterio per i ragazzi. Oggi ci troviamo nella società, come dice un mio carissimo maestro, “del tutto e subito”, dove il troppo è diventato normale e il senso della misura e dei limiti qualcosa di arcaico, i ragazzi oggi con un click stanno all’altra parte del mondo e l’attimo dopo con un altro click ritornano in Italia, non più come una volta che per visitare un posto bisognava prendere il treno e arrivarci fisicamente e questo costava tempo e denaro. Oggi aprendo youtube ascoltano ogni genere di musica senza aspettare, come decenni fa, il concerto al teatro, o la data più vicina della tournée del cantante preferito e anche questo costava tempo e denaro. Oggi tutti hanno tutto e subito, la vecchia scuola non può più funzionare, con questo non voglio dire che sono pro alla nuova società, assolutamente no, però senza dubbio dobbiamo adeguarci e fornire agli allievi delle metodologie diverse affinchè il sacrificio dello studio diventi per loro anche attività ludica. Parleremo a questo punto per noi insegnanti di strumento di “imparare giocando”.
Antonio Mastrapasqua
RispondiEliminaParte I
La mia attività didattica come docente di tromba nella scuola secondaria di primo grado è iniziata nell'ottobre dello scorso anno presso l’Istituto Comprensivo Rapallo dove ho un contratto part-time di 10 ore settimanali. Da un anno insieme ad un mio collega ho creato un’associazione culturale “ Il Cenacolo” che si occupa della formazione e dell’integrazione sociale degli adolescenti attraverso la musica
d’ insieme, collaborando con enti e associazioni straniere che hanno la stessa finalità come ad esempio Voces y musica para la integracion, un associazione culturale di Barcellona ispirata al sistema venezuelano di Abreu che mira alla diffusione della cultura musicale attraverso la formazione strumentale ed orchestrale dei ragazzi appartenenti alle fasce sociali più basse. La mia personale visione dell’insegnamento strumentale è incentrata sulla formazione globale dell’individuo mettendo lo sviluppo delle abilità pratiche ed esecutive in funzione della crescita della persona dal punto di vista cognitivo, emotivo e socio-relazionale. Per me insegnare strumento vuol dire mettere i ragazzi in relazione con le proprie risorse offrendo loro degli strumenti di crescita e di lettura della realtà. Sopratutto la pratica della musica ad insieme aiuta i preadolescenti a superare l’egocentrismo e a sentirsi responsabili nei confronti degli altri e del gruppo. Sono affascinato dall'idea di poter contribuire anche in minima parte alla costituzione di una società migliore in cui la musica possa giocare un ruolo da protagonista nell'istruzione italiana e nella formazione della persona. Secondo il mio punto di vista il successo delle proprie azioni didattiche dipende in parte dalle capacità comunicative e relazionali: personalmente credo di dover migliorare l’aspetto legato alla comunicazione perchè spesso tendo ad usare un linguaggio che a volte risulta essere o troppo tecnico o troppo astratto e lontano e lontano dalle loro esperienze pratiche degli allievi.
Dal punto di vista didattico e metodologico pongo attenzione alla relazione tra senso ritmico, propriocezione (legata alla respirazione) e coordinazione motoria con attività di vario genere che partono dalla scansione ritmica degli accenti fonici della lingua parlata, dall'uso indipendente degli arti mentre si canta o si esegue un brano, dallo studio di cellule ritmiche differenti ( sincopi, ritmi puntati ).
Antonio Mastrapasqua
RispondiEliminaParte II
Tra i miei alunni non ci sono casi di disabilità ma ci sono due allievi BES : entrambi figli di emigrati nordafricani vivono in contesti familiari non agevoli per via di fattori economici e sociali, uno di loro è seguito dai servizi sociali in quanto la madre non parla italiano. Sono ragazzi molto intelligenti e dal rendimento scolastico discreto anche se tendono ad impegnarsi poco, a non rispettare le consegne e ad essere disordinati. Sono abbastanza integrati nel contesto scolastico anche se ho l’impressione che le loro capacità di apprendimento siano sottovalutate. All’inizio ho avuto difficoltà ad instaurare un rapporto di reciproca fiducia con loro ma attraverso la pratica della musica d’insieme sono riuscito ad integrarli rendendoli innanzitutto consapevoli delle proprie potenzialità e responsabili nei confronti del gruppo per il raggiungimento di un obiettivo comune.
Il riconoscimento ottenuto dai miei colleghi e dal dirigente scolastico a seguito del concerto di Natale del concerto fatto in memoria della shoah, mi ha reso soddisfatto del lavoro fatto in poco tempo anche se pensavo ad inizio anno di affrontare un repertorio musicalmente più difficile. Credo tuttavia che io debba migliorare molto dal punto di vista delle scelte metodologiche e dei materiali didattici da utilizzare. Vorrei migliorare le mie competenze in ambito compositivo per poter elaborare personalmente i pezzi da utilizzare nell’ambito della musica ad insieme.
Ho trovato molto interessante dal punto di vista didattico utilizzare supporti audiovideo: ascoltare eccellenti solisti, orchestre sinfoniche, orchestre giovanili accende la motivazione degli allievi i quali tendono ad impegnarsi maggiormente spinti dall'obiettivo di volersi immedesimare nei loro idoli o di suonare pezzi a loro graditi.
La mia esperienza di insegnamento nelle scuole secondarie di primo grado è iniziata nel 2007 ed è proseguita in modo abbastanza stabile nel corso degli anni. La mia filosofia di insegnamento si basa su alcuni concetti: tutti possono riuscire fare musica, poiché fa parte della vita dell’ essere umano da sempre; la musica può essere un collante tra le persone ed essere un mezzo per sviluppare il senso di appartenenza ad un gruppo e quindi ad una società. In questi termini la musica non è una disciplina fine a se stessa, ma può contribuire nel suo piccolo a formare persone più complete, che hanno una visione della società più ampia e con una responsabilità maggiore. Il mio metodo di insegnamento cambia ogni volta, a seconda dell’ alunno che ho di fronte. Ritengo fondamentale infatti che sia il docente a doversi adattare e rendere il più semplice possibile il sapere che vuole trasmettere (almeno all’ inizio, poi lo sforzo deve essere reciproco tra allievo e docente). La maggior parte delle volte infatti i ragazzi non praticano attivamente la musica fino alle scuole medie, quindi il primo approccio deve essere fatto in modo non troppo traumatico. Pongo subito attenzione alla postura: ho assistito a molti casi di ragazzi che a causa di un’ impostazione sbagliata hanno dovuto abbandonare gli studi (questo è il male minore: il problema vero è quando una postura sbagliata tenuta in modo continuativa porta a problemi fisici che possono anche diventare cronici). Cerco quindi di rendere i ragazzi consapevoli del proprio corpo, a far sentire loro i muscoli attivi e passivi che si attivano durante i movimenti: una coscienza del proprio corpo li aiuta a sentire subito se ci sono tensioni eccessive. Per sviluppare il senso dell’ intonazione (fondamentale per chi suona il violino) li faccio cantare il più possibile con e senza accompagnamento, quando possibile anche in gruppo. Cerco di dividere i problemi: faccio focalizzare l’ attenzione su una difficoltà alla volta, in modo da ottimizzare gli sforzi dei ragazzi e non disperdere le energie. Una volta risolti “A” e “B” separatamente faccio unire i due problemi, cercando di mantenere l’ attenzione il più alta possibile. Credo sia fondamentale mantenere sempre un clima sereno e positivo durante le lezioni, e cerco di instaurare da subito un buon rapporto, facendo attenzione però a non dare eccessiva confidenza, altrimenti si rischia di perdere il controllo e quel minimo di autorità necessaria per svolgere il ruolo di docente. Cerco di sviluppare nei ragazzi quanto prima un senso di autocritica, fondamentale nello studio soprattutto a casa. Li spingo ad ascoltare musica di qualità, ad informarsi se ci sono concerti o eventi di rilievo nelle vicinanze a cui possono partecipare, così come li spingo ad esibirsi il più possibile in pubblico, qualunque sia il loro livello: questo li aiuterà nell’ autocontrollo anche al di fuori dell’ ambito musicale. Reputo fondamentale la pratica della musica di insieme: è un modo sia per mostrare agli altri i traguardi raggiunti (i ragazzi hanno bisogno di momenti in cui potersi affermare e dare prova delle proprie capacità), ma soprattutto per lavorare sulla socialità. Nella musica di insieme non si tratta solo di andare tutti a tempo, dritti per la propria strada, ma di ascoltarsi l’ un l’ altro, non prevalere mai su nessuno, ascoltare sempre tutti e sentirsi parte di un organismo che si muove insieme per uno scopo. Come docente non ho avuto esperienze con alunni disabili, ma la sto facendo ora da tirocinante (sto seguendo una ragazza che ha un deficit cognitivo). Sono abbastanza soddisfatto del modo in cui insegno, anche se sono convinto del fatto che ho ancora molto da imparare. La soddisfazione più grande è vedere i ragazzi che si impegnano per superare le difficoltà, la motivazione e l’ impegno che mettono in campo.
RispondiEliminaAlessandro Miele
Michela Russo
RispondiEliminaParte I
La mia prima esperienza d’ insegnamento nella scuola Secondaria di primo grado è iniziata tre anni fa con l’insegnamento di educazione musicale e quest’anno è proseguita con l’insegnamento dello strumento musicale (arpa). Fin da subito mi sono posta il problema di come poter trasmettere la passione e l’entusiasmo nello studio dello strumento per poi svolgere con interesse il programma d’insegnamento previsto. Credo che il fondamento di ogni metodo didattico sia proprio la passione per la materia che si sta insegnando, supportata dalla consapevolezza che ciò richiede tanta competenza ed un costante aggiornamento delle metodologie didattiche, tendenti ad essere sempre più innovative e in linea con i cambiamenti che gli alunni continuamente sperimentano nell’ ambiente sociale.
Secondo la mia esperienza, il compito dell’insegnante consiste non solo nel trasmettere agli alunni le competenze disciplinari, ma anche nell’ adottare strategie che mantengano viva l’attenzione degli studenti; come ad esempio la lezione partecipata, nella quale gli studenti intervengono nella costruzione del percorso di apprendimento. L’insegnante ha un ruolo fondamentale nella trasmissione del sapere: a mio avviso deve essere empatico, ovvero deve essere sempre disposto a comprendere il punto di vista dello studente e deve saper ascoltare l’alunno, ma nello stesso tempo deve mantenere l’autorevolezza propria del ruolo di insegnante. E’ importante che ogni allievo si fidi del proprio insegnante e che l’insegnante costituisca un valido punto di riferimento per la propria classe.
La maggior parte delle lezioni di strumento musicale avvengono in maniera individuale e questo rapporto individuale facilita la possibilità (da parte dell’insegnante) di adottare la miglior scelta metodologica per l’alunno. Dopo che l’alunno ha acquisito le fondamenta basilari della tecnica dell’arpa (corretta articolazione del polso, delle dita e corretta posizione all’arpa) di solito procedo con la lettura ritmica e intonata dei brani da studiare; spesso la scelta dei brani, è preceduta dalla spiegazione delle difficoltà tecniche e dalla mia esecuzione dei brani. Credo infatti che sia molto stimolante per gli alunni ascoltare il proprio insegnante suonare. Inoltre suono spesso con l’alunno, per abituarlo ad ascoltare contemporaneamente 2 (o più) linee di accompagnamento, ma soprattutto per avviarlo alla pratica di musica d’insieme. Nell’interagire tra loro, i ragazzi imparano l’arte dell’ascolto reciproco, presupposto di ogni relazione e di qualunque processo educativo. Inoltre l’esperienza della musica d’insieme sviluppa il rispetto dell’altro e la comprensione delle differenze .
Michela Russo
RispondiEliminaParte II
Altro elemento importante è l’acquisizione dei concetti di dinamica, agogica e di fraseggio musicale. Per ottenere ciò, propongo l’ascolto di diversi esempi sonori, utilizzando anche video esemplificativi. In particolare propongo spesso dei video presi da Youtube e invito gli allievi ad individuare gli elementi sonori che li caratterizzano. Altra metodologia didattica che utilizzo è chiedere direttamente a loro di reperire lo spartito musicale di un brano che suscita in loro particolare interesse; mi sono resa conto, infatti, che sono mossi da una grande motivazione nel cercare la parte musicale di uno dei loro brani preferiti e mostrano un interesse particolare anche nello studio della parte. Naturalmente lo spartito viene adattato al livello tecnico raggiunto da ognuno di loro.
Nel mio piano di tirocinio, oltre alle attività musicali, sono previste 40 ore di tirocinio sul sostegno nella stessa scuola dove sto insegnando. Da una mese a questa parte sto seguendo un’alunna affetta da atrofia muscolare e in accordo con l’insegnante di sostegno abbiamo deciso di approcciarla allo studio dell’arpa.
E’ un’esperienza unica e ricca di valore: avere la possibilità di stare accanto ad una ragazza affetta da una malattia che non lascia scampo, mi sta facendo capire la bellezza del mio lavoro. Vedere i piccoli e costanti progressi che sta compiendo, mi riempie di gioia e, nello stesso tempo, mi spinge a cercare sempre più nuovi espedienti per ottenere in brevissimo tempo ottimi risultati. Sono avvantaggiata anche dallo strumento che insegno, infatti, è possibile suonare già delle melodie orecchiabili durante la prima lezione.
Vedere il sorriso di quest’alunna quando suona l’arpa mi ricarica in maniera straordinaria e mi spinge ad appassionarmi sempre più a nuove metodologie di insegnamento dell’arpa. Posso ritenermi abbastanza soddisfatta del mio modo di insegnare; in particolare, sono soddisfatta del rapporto che ho instaurato con i miei alunni che vengono con entusiasmo alle lezioni di arpa.
ALESSIO LALLI
RispondiEliminaSono un trombettista e fino ad ora ho solo insegnato privatamente, in scuole di musica gestite da privati e in scuole di musica appartenenti a bande di paese, dove tutt’ora insegno. Sfortunatamente ancora non ho avuto esperienze per quanto riguarda l’insegnamento strumentale nella scuola secondaria di primo grado, essendo comunque un attività individuale non penso che avrò particolari difficoltà quando mi si presenterà l’occasione. Per me insegnare è aprire la mente, insegnare a trovare la strada più semplice ed efficace per risolvere un problema, per raggiungere uno scopo, capire come funziona il nostro strumento e non semplicemente dire “si fa così”, l’allievo deve raggiungere col tempo una sua autonomia. Suonare un ottone, in particolare la tromba, non è affatto facile, richiede un grande sforzo fisico e mentale. Per questo è importante cominciare con il piede giusto, delle solide fondamenta rendono solido tutto il palazzo. Innanzitutto faccio capire che tipo di strumento abbiamo in mano e cosa ci serve per suonarlo al meglio, nel mio caso la tromba uno strumento a fiato, quindi l’aria è la prima cosa e tutto si fonda su di essa. Essere empatici è molto importante, ci permette di capire le difficoltà e gli errori sia fisici che mentali dell’allievo, prima si individuano e prima evitiamo di fargli imparare un errore che il corpo ripeterà ogni volta. Purtroppo una volta fatto e reiterato l’errore non si disimpara, e come un tatuaggio uscito male, bisogna lavorarci sopra per correggerlo e farci uscire una cosa buona se non migliore di quella precedente. Le metodologie da utilizzare possono essere varie e possono cambiare da soggetto a soggetto, può capitare di dover adattare la metodologia all’allievo e questo è molto importante saperlo fare, in alcuni casi i libri servono a poco se non a niente. A volte è opportuno scrivere di proprio pugno un esercizio personalizzato in base alle difficoltà dell’allievo. Indipendentemente dai casi lo studio della tromba prevede dei passaggi obbligatori: note lunghe, studio sugli armonici, studio del legato e dello staccato, i salti, le scale; tutto questo per ottenere un bel suono, imparare ad usare l’aria, la lingua, acquisire elasticità, tecnica con la mano. Logicamente per ogni qualità da sviluppare ci sono tanti esercizi da poter fare ed a sua volta ognuno di questi è in grado di svilupparne più di una. Con i disabili non ho mai avuto esperienze di insegnamento. Mi sento abbastanza soddisfatto del mio metodo di insegnamento, perché conosco i metodi sbagliati a mie spese, quindi so cosa non fare e cerco sempre di apprendere il più possibile dagli altri. L’esperienza sicuro mi aiuterà a migliorare, spero di averne sempre più.
Prova. Nausica
RispondiElimina1- Fin dall’antichità, la musica ha sempre fatto parte della vita dell’uomo, scandendo ogni singolo momento, facendo scaturire ricordi, emozioni, sentimenti.. Il mestiere dell’insegnante, dal mio punto di vista, non è affatto facile, perché, dalla mia esperienza lavorativa, l’insegnante è in primis un educatore che oltre ad insegnare le nozioni teoriche di una determinata maniera (o nel caso più specifico di uno strumento musicale), forgia il carattere del ragazzo e da degli imput per vivere in questa società e rapportarsi con gli altri. Non basta essere dei bravi musicisti per essere bravi insegnanti, bisogna avere tatto e sensibilità per poter instaurare rapporti umani con i ragazzi. Nel corso di strumento musicale nelle scuole secondarie di primo grado, le lezioni vengono svolte in maniera individuale (un’ora alla settimana) e collettiva nelle prove d’orchestra e musica d’insieme (un pomeriggio alla settimana) (queste prove si intensificano durante la preparazione di saggi musicali). Nella lezione singola, ogni ragazzino riceve la giusta attenzione e anche importanza, bisogna metterlo a proprio agio, invogliarlo, interessarlo, perché questo corso, non essendo obbligatorio, potrebbe essere preso con leggerezza, soprattutto in alcuni casi in cui la scelta di studiare uno strumento non avviene in maniera del tutto spontanea. Nelle prove d’orchestra, i ragazzi si ritrovano insieme ma in un clima gioioso, distensivo, rilassato. Anche in questo caso, sta all’ insegnante far sì che questa esperienza oltre all’ aspetto didattico, possa essere un momento di crescita collettiva, di socializzazione, apprendendo che si hanno delle responsabilità. In orchestra tutti devono fare la propria parte per arrivare al risultato finale che è comune a tutti, la bella figura in un concerto. A mio avviso, per ottenere dei buoni risultati dai ragazzi, bisogna uniformare i metodi d’insegnamento alle loro vite e alla società in cui vivono; non bisogna prenderli di petto, ma trovare un punto d’incontro in cui loro riconoscono il ruolo dell’insegnante, lo rispettano, senza temerlo. L’insegnante è tenuto a fare questo mestiere con passione, utilizzando la propria creatività, fantasia, trasmettendo il proprio entusiasmo. Se ci sono persone frustrate che fanno questo lavoro solamente per un riscontro economico creano un danno perché potrebbe succedere che allievi motivati o con doti naturali abbiano un blocco e rifiutino per sempre di continuare lo studio dello strumento, oppure succeda di non dare niente agli allievi, a parte le nozioni teoriche e ridurre l’esperienza di suonare ad una perdita di tempo. Credo fermamente che l’allievo, alla fine di ogni lezione deve andare via arricchito anche interiormente, perché oltre ad aver acquisito qualche nozione tecnica nuova, deve apprendere una lezione di vita; es: l’impegno e i sacrifici impiegati nello studio, portano al raggiungimento di obiettivi come la tenacia e la coerenza nella vita, portano alla conquista di mete soddisfacenti. Nausica Sabetta
RispondiEliminaFederica Talia (TFA)
RispondiEliminaParte 1.
La mia autobiografia professionale comincia all'età di 23 anni con una supplenza nell'I.C. "F. Jovine" di Campobasso per strumento musicale Flauto, il pomeriggio, dove - ironia della sorte- mi trovo adesso per il percorso di Tirocinio Formativo Abilitante.
Essendo giovane, il tipo di approccio che ho avuto é stato da subito molto pratico e ho verificato negli anni che effettivamente è risultato immediato ed efficace per l'apprendimento di ogni singolo alunno.
Mi spiego meglio: invece di fargli studiare la teoria ed il solfeggio come base per poter suonare, li ho messi subito e direttamente alla prova con lo strumento facendogli imparare a suonare dei brani che conoscevano (così da stimolarli positivamente verso lo strumento) e da quelli, con quello che loro stessi suonavano, in base alle peculiarità di ciascun brano, prendevo spunto per la mia spiegazione teorica e lo faccio tutt'ora.
Nel corso degli anni ho sperimentato diverse metodologie didattiche per la crescita di ogni allievo constatando quanto il canto o addirittura anche il semplice battito delle mani lo aiutino nell'esecuzione strumentale e ritmica di ciascun pezzo.
Tutto ciò diventa sfida educativa o meglio avventura di scambio e di relazione per l’avvicinamento reciproco fra individui e sistemi diversi quando incontro Luca.
Un percorso pieno di difficoltà, dubbi, inquietudini e scoperte che non si prefigge mete ambiziose e improbabili, ma il raggiungimento di piccoli traguardi attraverso l’impegno quotidiano e sinergico di tutti i docenti che si occupano degli alunni in un clima di accettazione reciproca e di sicurezza emotiva.
Un caso problematico ma significativo come quello di Luca mostra come, con la collaborazione di tutti gli operatori, anche un alunno in grave difficoltà può trovare nella scuola un contesto favorevole alla sua crescita, a quella degli altri bambini ed essere occasione di maturazione e arricchimento per ognuno.
Fin dall’inizio ho cercato di favorire la sua conoscenza soprattutto attraverso un’attenta osservazione e un quotidiano ascolto.
Consapevole che la chiave per comprendere i sentimenti altrui sta nella capacità di leggere i messaggi veicolati anche in forma non verbale (gesti, il tono della voce, l’espressione del volto ecc.) l’ho quindi osservato con vivo interesse e senza pregiudizi legati alla diagnosi, prestando maggiore attenzione verso quelli che sembravano segnali di benessere: un sorriso, un’interruzione improvvisa delle stereotipie, un rilassamento dei lineamenti, ecc.
Questo ascolto attivo mi ha permesso di entrare in sintonia con lui aprendo la strada alla “comprensione empatica” cioè la capacità di sentire quello che sente l’altro, di percepirne l’esperienza soggettiva.
Non si tratta di pensare ad un processo di “normalizzazione” del bambino diversamente abile, ma piuttosto di lavorare affinché l’handicap sia accettato e riconosciuto in quanto tale, cioè in quanto pone al bambino piccole o grandi limitazioni in determinati settori della sua attività, ma non comporta una diminuzione del suo valore come persona.
Educare insomma alla diversità, affinché la singolarità di ogni alunno sia rispettata e valorizzata, in modo che l’integrazione non sia una soluzione imposta da un bisogno temporaneo, ma (come affermava Bruner) una prospettiva di “società educante”.
Le esperienze formative ed i giochi proposti per stimolare tutte le sue risorse e favorire il raggiungimento degli obiettivi prefissati sono state tantissime e alla fine Luca è riuscito ad avere un approccio allo strumento in modo spontaneo e a suonare un pezzo in un solo mese.
2-3 Nella mia esperienza lavorativa, devo dire di aver avuto la fortuna di insegnare musica ai bambini della scuola d’infanzia, primaria e a ragazzi delle scuole medie. Con i bambini molto piccoli il lavoro è stato concentrato sullo sviluppo del senso ritmico e della percezione del corpo visto come uno strumento musicale da percuotere. Tutto si è basato su giochi di movimento, di danza, di diversi tipi di camminate, utilizzo di strumentini didattici a percussione (strumentario Orff) per la creazioni di vari ritmi ad imitazione sempre con l’ausilio di materiale digitale (basi musicali). Nella scuola primaria, dalle classi seconde, ho iniziato a fare un lavoro più serio ma sempre divertente, visto che l’attenzione di un bambino arriva ad un massimo di dieci minuti, in una lezione alla settimana di circa un’ora, sono passata da un’attività all ’altra per non rischiare di far diventare il lavoro troppo noioso e pesante. Ho spaziato iniziando da qualche nozione teorica come le note musicali unite a qualche gioco e a disegni, passando all’ uso della voce (il corpo visto come uno strumento musicale che non produce solo un ritmo, ma anche una melodia). Con l’ausilio di basi musicali, ho fatto cantare dei brani da loro conosciuti integrando in queste canzoni delle coreografie (balletti o semplici movimenti a ritmo di musica) di loro creazione, fino ad arrivare allo studio del flauto dolce. Tutto questo lavoro finalizzato alla realizzazione di uno spettacolino con lo scopo di far vivere loro l’esperienza di piccoli musicisti con tutte le emozioni: l’agitazione dell’attesa, la paura di sbagliare esibendosi davanti ad un vero pubblico (formato dai loro genitori, parenti e personale della scuola), il divertimento e l’entusiasmo nell ’esibirsi, la sicurezza e l’orgoglio di far vedere agli altri quanto appreso, la grande soddisfazione e gioia di ricevere applausi e complimenti.
RispondiEliminaNelle scuole secondarie di primo grado, le metodologie sono mirate verso lo studio del flauto traverso. Essendo uno strumento a fiato, parto dalla spiegazione della respirazione diaframmatica con i relativi esercizi; spiego poi la costruzione del flauto, le parti da cui è costituito e come primo approccio sullo strumento, inizio dalla testata (la parte che produce il suono). A queste attività unisco degli esercizi ritmici sulle figure musicali e la lettura delle note. Ai ragazzini che sono più avanti negli studi propongo materiale da suonare singolarmente oppure insieme (es. due, tre, quattro flauti); scale musicali. Si passa poi allo studio dei brani che verranno suonati con l’orchestra al saggio di Natale o di fine anno, accompagnati ad esercizi che servono per migliorare il suono e la tecnica, presi da metodi di studio. Per gli allievi più appassionati e volenterosi, approfondisco anche il discorso musicale a livello teorico, presento anche altro materiale didattico, semplici melodie da suonare al momento per sviluppare la capacità della lettura a prima vista.
Partendo dal presupposto che lo studio a casa non è sempre costante, in classe cerco di spiegare un esercizio, facendo emergere le difficoltà e cercare di risolverle per facilitare il lavoro e permettere che un minimo di lavoro autonomo avvenga.
Ogni tanto propongo delle verifiche: faccio loro delle domande, chiedo di suonare dei brani che sono stati messi da parte da un po’ di tempo, qualche scala musicale a memoria e la lettura a prima vista. Ai più bravi chiedo di impostare una piccola lezione. La valutazione avviene comunque lezione per lezione perché si controlla il lavoro a casa, la frequenza, l’attenzione e l’interesse che l’allievo mette durante la lezione o nelle prove d’orchestra. È vero, bisogna guardare il rendimento, ma non solo. A mio modesto parere, se un ragazzino non è particolarmente dotato musicalmente ma in quello che fa ci mette tanta buona volontà e serietà, va ugualmente premiato e non penalizzato.
NAUSICA SABETTA
Federica Talia
RispondiEliminaParte 2.
L’insegnamento strumentale ha avuto in Italia negli ultimi anni un notevole sviluppo, tuttavia risente ancora della tendenza a concepirsi in modo parcellizzato e tecnicistico quale didattica dei singoli strumenti. È invece essenziale, per un insegnante, prendere consapevolezza di princìpi e criteri più generali, così da poter scegliere in modo motivato e coerente le strategie più adeguate al raggiungimento dei propri obiettivi, sia sul piano musicale, sia su quello strumentale. Una tale consapevolezza rappresenta una sorta di bussola, che orienta l’azione formativa in un territorio culturale e sociale non solo maggiormente articolato e impervio rispetto al passato, ma anche in continua trasformazione, tanto sul piano dei contesti e delle finalità, quanto su quello dei destinatari e delle modalità di trasmissione del sapere.
Mi ritengo abbastanza soddisfatta del mio modo di insegnare anche se tanto lo insegnano Loro a me!
4- Nelle mie esperienze d’insegnamento, nelle scuole secondarie di primo grado, non mi è mai capitato di insegnare ad alunni disabili, mi capitò invece, qualche anno fa, di trovare in una classe della scuola dell’infanzia, un bambino affetto dalla sindrome di down. Le maestre, durante le prime lezioni di musica, facevano uscire dalla classe il bambino, per paura che durante i giochi di movimento che si svolgevano, potesse cadere e farsi male, invece, una volta, trovandosi in classe per sbaglio, notai che seduto su una sedia , partecipava, muovendosi in maniera scoordinata, con piccoli gesti, rispondeva a quella musica che arrivava al suo orecchio. Da quel momento, in ogni lezione, lo prendevo in braccio e lo facevo ballare, lo rendevo protagonista nella maggior parte dei giochi, mettendolo al centro del cerchio che i suoi compagni avevano formato; ho provato a fargli suonare uno strumento a percussione (una semplice maracas) ; non è stata un’ottima idea, perché dopo pochissimo tempo la lanciava, però almeno per una frazione di secondo ha avuto il contatto con uno strumento musicale. Dopo qualche mese le maestre mi fecero sapere che questo bambino aspettava con ansia l’ora di musica; la gioia che mostrava quando si muoveva, quando mi correva incontro vedendomi arrivare e i sorrisi che mi regalava mi hanno dato una grande emozione e soddisfazione. È stata un’esperienza unica e indescrivibile. La musica, oltre ad essere un’arte, è un linguaggio universale che unisce e scuote il cuore di tutti.
RispondiEliminaIl commento precedente che ha come riferimento i numeri delle domande 2 - 3 è di NAUSICA SABETTA.
RispondiEliminaAnche il commento che ha come riferimento il numero 4. NAUSICA SABETTA
RispondiElimina5- In conclusione, nel mio piccolo, posso dire di aver instaurato un buon rapporto con i miei allievi e di aver raggiunto sempre o quasi gli obiettivi prefissati, a volte con risultati eccellenti, altre volte con risultati sufficienti. Credo di aver trasmesso loro il mio divertimento e l’entusiasmo, infatti frequentano volentieri le lezioni e fanno qualche proposta di attività da realizzare insieme. Certo, non mi accontento, sono sempre alla ricerca di nuovi metodi, nuove tecniche anche perché si può fare sempre meglio, nella vita non si smette mai di imparare e non bisogna accontentarsi.
RispondiEliminaNAUSICA SABETTA
GRAZIANO CARBONE pag. 1
RispondiEliminaInsegno Strumenti a Percussione e Batteria dal 1999 e nella scuola secondaria di primo grado dal 2007. La mia prima esperienza da insegnante è avvenuta quando io stesso ero ancora studente, in una scuola di musica privata. Ho potuto così confrontare i diversi ruoli, (docente-discente) rendendomi conto sin da subito che la metodologia didattica che è stata utilizzata per il mio percorso formativo, non era altrettanto adeguata con i ragazzi dell’ambiente in cui lavoravo. Mi sono accorto che per creare entusiasmo e stimoli bisognava trovare una metodologia differente dalla solita programmazione basata sullo studio teorico dello strumento e delle specifiche tecniche dei rudimenti base, come il solfeggio ritmico-melodico, il movimento del polso, la postura, l’equilibrio etc.. perché la nuova generazione trova maggior soddisfazione nel raggiungimento di obiettivi a breve termine. L’evoluzione della musica nelle sue molteplici forme espressive ci lascia intravedere un futuro nel quale non risulta più possibile imprigionare in una semplice definizione che indicava la musica come “l’arte dei suoni” tutti quei fenomeni intorno ai quali ruota questo argomento. Sicché oggi il moderno concetto di musica trascende gli stessi fenomeni acustici arrivando a considerare come eventi musicali anche ciò che riesce a richiamare alla nostra mente suoni e ritmi concreti quali, ad esempio, il gesto e l’immagine. Si può dire che la musica rappresenta un bene irrinunciabile per tutti poiché nella sua totalità e a tutti i livelli costituisce un bisogno reale dello spirito. Per quanto concerne il ritmo, elemento naturale della musica, il discorso si fa più complesso.
GRAZIANO CARBONE pag. 2
RispondiEliminaA mio parere, si potrebbe dare la precedenza alle applicazioni istintive prima di passare alle nozioni teoriche in modo da evitare quei condizionamenti, per così dire, di dipendenza che finiscono per imbrigliare l’inventiva e la creatività dell’alunno. Prima delle nozioni teoriche, ho dato precedenza alle applicazioni istintive sullo strumento (per di più il tamburo rullante), per evitare così i problemi del primo approccio allo strumento che portano a frenare il desiderio di suonare, l’inventiva e la creatività dell’alunno. I mezzi per ottenere risultati positivi in tal senso sono molti. Uno di questi può essere quello di chiedere all’alunno di portare un brano che lui preferisce e di sincronizzarlo ritmicamente usando degli esercizi preliminari, cercando di dar vita ad un percorso graduale che affronta le diverse sfaccettature tecniche e/o teoriche che portano allo studio e alla pratica delle percussioni. Partendo dal concetto che la musica non è un arte da apprendere subito attraverso i simboli della notazione (come un bambino che impara prima a leggere che a parlare) ma un comportamento istintivo da assecondare in fase propedeutica rispettando i diversi modi di progredire dell’alunno, ho subito iniziato con un approccio che si basa su una simbologia totalmente inventata ma saldamente legata all’intuizione sonora, consolidando ulteriormente la capacità di stimolare l’inventiva e la creatività dell’alunno. Il ritmo, difatti, può essere considerato l’unico elemento naturale della musica che non deve e non può scaturire essenzialmente dal conteggio dei segni convenzionali di durata. Il percorso poi, si articola sempre più, rivolgendosi anche a coloro che sentono l’esigenza di “perfezionare” la propria preparazione strumentale, tentando di aprire loro più finestre prospettiche sulla conoscenza e sulla consapevolezza della pratica musicale. Attraverso questa metodologia credo di aver trasmesso, nella maggior parte dei casi, la passione per lo strumento, stimolando l’alunno all’approfondimento delle varie tecniche esecutive. Molti miei ex allievi ora hanno intrapreso la professione di musicista e ciò mi rende soddisfatto del mio operato. Ho avuto diverse esperienze con ragazzi disabili, e posso affermare che proprio loro mi hanno aiutato a sviluppare la mia metodologia d’insegnamento attraverso il loro naturale istinto ritmico, utilizzando lo strumentario “Orff” un insieme di piccoli strumenti a percussione, facili da maneggiare e con diverse timbriche sonore.
Parte I
RispondiEliminaOgni qual volta mi viene richiesto di scrivere una autobiografia la prima domanda che mi sono posta è stata: "da dove inizio?" Stavolta l'impresa sembra essere ancora più ardua; una autobiografia sul proprio lavoro!! Anche se personalmente credo sarebbe più bello parlare di autobiografia di una passione!!! Ho sempre amato insegnare, infatti ho dato le prime lezioni di strumento già molto tempo prima che accettassi una supplenza nella scuola. La mia esperienza è iniziata dall'età di 18 anni presso una scuola di musica privata della mia città, dove insegnavo chitarra, per poi continuare con la mia prima supplenza nella scuola secondaria di primo grado arrivata all'età di 26 anni presso una scuola di un piccolo comune dell'altissimo Molise. Potete bene immaginare ai ragazzini quanto potesse interessare il pomeriggio il rientro di strumento abituati com'erano ad aiutare le proprie famiglie nella conduzione delle proprie aziende lattiero- casearie!!! In un primo momento la sensazione provata è stata di profondo sconforto e delusione: non riscontravo negli alunni "della scuola" la stessa passione, la stessa volontà, lo stesso piacere, interesse e divertimento che avevo invece riscontrato negli alunni cosi detti "privati". Eppure dal quel momento e fino ad oggi, per otto anni, ho capito che la vera sfida dell'insegnamento è proprio quella di avvicinare ad appassionare anche chi si avvicina allo strumento senza una forte vocazione. La mia didattica ovviamente cerca di assecondare le capacità, le attitudini e l' interesse dei diversi soggetti, sono fortemente convinta del fatto che i ragazzi si dovrebbero principalmente " divertire" ( non solo come accezione ludica del termine!) e che divertendosi dovrebbero imparare la cosa più importante: il gusto del suonare! Trovare piacere anche nel sacrificio e nello sforzo adoperato per imparare a suonare uno strumento ottenendo nuove conquiste tecniche e musicali e contemporaneamente essere appagati dello lavoro fatto.Lo studio di uno strumento dovrebbe essere una palestra di vita, sicuramente la maggior parte dei ragazzi che ne intraprende il cammino non ha intenzione di farlo in maniera professionale ed è proprio per questo che i tre anni della scuola media dovrebbero offrire un modello che i ragazzi potrebbero applicare in tutte le sfide importanti che la vita pone facendo capo sempre ad alcuni elementi fondamentali: passione ,abnegazione, sacrificio, impegno costante e duraturo nel tempo e nello stesso tempo piacere.La metodologia utilizzata nel mio insegnamento ha delle linee generali che non variano, si parte da una iniziale impostazione dell'allievo soprattutto fisica e posturale,alla spiegazione degli elementi fondamentali della chitarra ( come vengono indicate le mani destra e sinistra, le corde, l'anatomia dello strumento...) partendo da semplici esercizi di tecnica per poi via via aumentarne la difficoltà.Ovviamente nel nostro caso abbiamo la grande fortuna di svolgere lezioni frontali,in questo modo i progressi dell'alunno sono costantemente monitorati,non solo ma si dimostra praticamente, cioè suonando, cosa vorremmo che raggiungessero dopo lo studio di un brano. La scelta del repertorio invece varia a seconda dell'alunno, anche se pur in qualche modo io lo assecondi nei suoi gusti musicali, non perdo mai di vista quali devono essere gli obiettivi che si devono raggiungere.
Ho sempre cercato di dare ai ragazzi diversi imput : l'ascolto in classe se non addirittura quando possibile di concerti di chitarra dal vivo, la visione di video, la musica di insieme, la storia dello strumento e del repertorio chitarristico, brevi accenni ai grandi compositori e grandi chitarristi, insomma, per quanto possibile ho cercato di sfruttare al meglio quei pochi minuti di lezione settimanale( appena 50!) a mia disposizione.( Inutile dire che nonostante tutto, sono pochi gli allievi che a casa lavorano come si deve, a volte il profitto non ridà tutto quello che tu hai cercato di dare loro, ma questa è una piaga comune a quasi tutte le materie...ergo...mal comune mezzo gaudio!) Fino a questo momento non avevo mai avuto esperienze con ragazzi disabili fino all'inizio del tirocinio del percorso abilitante che attualmente sto frequentando, in quanto sono previste delle ore con allievi diversamente abili nelle quali, li dove è possibile, si potrebbe provare un approccio allo strumento. L'alunno affidatomi in realtà non presenta gravi patologie è stato definito semplicemente iperattivo. Fino ad oggi abbiamo fatto pochi incontri, ma è sconvolgente vedere come riesce a stare per tutto il tempo della lezione seduto sulla sedia con la chitarra quando in classe i docenti sono costretti quasi a rincorrerlo per la classe pur di farlo stare seduto tra i banchi! E' interessato, segue con piacere e si diverte quando ottiene piccoli risultati. Credo che questa sia già una grande conquista .Mi chiedo spesso cos'altro potrei dare ai miei alunni e come, se sono completa nell'insegnamento, se i miei alunni sono soddisfatti di quello che propongo loro.....purtroppo le risposte a queste domande non arriveranno mai direttamente, ma le risposte a volte le leggo i quei ragazzi che, avendo iniziato il percorso con me, hanno continuato presso il conservatorio arrivando ai corsi superiori di studio, lì c'è la mia più grande soddisfazione, sapere di aver seminato un seme che è cresciuto nel tempo. Per il resto cerco ( e spero cercherò sempre) di aggiornarmi, di non sentirmi arrivata nell'insegnamento, di cogliere i segnali dei tempi attuali che daranno i ragazzi, di essere io per prima curiosa e assetata di sapere, spero di ripetermi ancora per molto tempo quanto sono fortunata ad uscire di casa con la gioia di andare a scuola: faccio un lavoro che amo!
RispondiEliminaParte 1
RispondiEliminaCito il titolo di un film” La musica nel cuore” per anticipare ed introdurre quello che è per me il significato del termine “musica”. Riassumo ed accenno brevemente alla mia formazione musicale che ebbe inizio all'età di soli 5 anni in un ambiente familiare umile e modesto dove le melodie ed i canti popolari e folk, grazie al suono della fisarmonica del mio caro nonno, regnavano e dominavano la nostra vita quotidiana . In seguito alle mie chiare manifestazioni di interesse musicale, ed in particolare pianistico, i miei genitori decisero di avviarmi allo studio del Piano, dapprima prendendo delle lezioni private da un'insegnante del paese, poi successivamente proseguendo gli studi in Conservatorio. Qui ebbi la fortuna di iniziare e completare il mio percorso musicale con una figura molto importante nella mia vita, il M° G. Squitieri, pianista ed insegnante di grande fama, al quale devo molta riconoscenza. Subito dopo il Diploma in Pianoforte, cominciai a lavorare presso Accademia private e Scuole Elementari con progetti finalizzati allo studio dello strumento in questione, ma non contenta, decisi di iscrivermi al Biennio Specialistico in Discipline Musicali. Precisamente , proprio in questi anni, 2006/07, ebbe inizio un nuovo percorso: ero allieva-insegnante, e fu allora che decisi di avviare i bambini più piccoli allo studio della musica, sin dalla più tenera età. Cominciai dunque a lavorare anche nella Scuole dell'Infanzia, tenendo il corso di Propedeutica Musicale a partire dal Nido, sezione Primavera e sezioni Pre-scolari. In questi anni il mio interesse si spostò all'avvio e alla direzione di coro per voci bianche, all'esecuzione pianistica di composizioni classiche e sacre tenendo concerti in gran parte dell'Italia e partecipando a prestigiose rassegne artistico-musicali, ma nello stesso tempo mi resi conto che il mio scopo era finalizzato alla trasmissione dell' amore per la musica, sotto tutti gli aspetti e ad ogni livello di età.
Marisa Cifelli
Parte 2
RispondiEliminaMi dedico quindi, dal 2007 in particolare, all'insegnamento del Pianoforte seguendo una filosofia didattica caratterizzata da una visione piuttosto introspettiva; prima di essere insegnante dell'allievo a cui devo impartire le lezioni, cerco di essere educatrice, nonché psicologa. Sin dal primo incontro, mi pongo come obiettivo quello di creare una sintonia con il soggetto in questione, cercando di capire, per quanto mi è possibile, la motivazione che lo ha spinto all'interesse musicale.
A prescindere dall'obiettivo che si intende raggiungere, mi pongo lo scopo di suscitare e stimolare l' interesse per lo strumento,in quanto la musica è vita, è gioia, è emozione, è un linguaggio che nasce dalle “corde” del proprio animo e trova la sua espressione attraverso le note e i suoni degli strumenti in genere. Sin dalla prima lezione avvicino il bambino/adolescente, di qualsiasi età si tratti al pianoforte; un'importanza rilevante è rappresentata dall'approccio allo strumento ed è quindi fondamentale creare un primo contatto e senso di orientamento sulla tastiera, spiegando le prime nozioni grammatico-musicali, l'articolazione delle dita e suonando facendogli ripetere brevi e facili melodie note e conosciute perchè appartenenti alla sua infanzia ( ad es. Fra Martino, Nella vecchia fattoria, Oh che bel castello, ecc...).Successivamente comincio a sottoporgli alcuni esercizi tratti da testi specifici per spiegare la lettura pianistica, quindi insieme al mio aiuto cominciamo a leggere suonando le note direttamente a mani unite. Così facendo, nell'arco di tre lezioni, i bambini apprendono le nozioni musicali imparando ad applicarle alla lettura pianistica, dunque proseguo sottoponendogli oltre agli esercizi, brevi suonatine che suscitano ed accrescono il gusto e l'interesse musicale. Affianco a questo percorso lo stimolo per la “memoria”, ossia insegno senza spartito brevi e semplici melodie che stimolano l'uso dell'orecchio, della memorizzazione e dell'orientamento al pianoforte, inoltre in questo modo dò spazio alla loro espressione non essendoci quella sorta di “muro”, tra lo strumento e se stessi; vi è dunque libera espressione alle emozioni che si provano suonando.
Marisa Cifelli
Parte 3
RispondiEliminaMolte delle metodologie che utilizzo sono frutto della mia creatività, dell'esperienza maturata nel corso degli anni di insegnamento ed ovviamente seguo un percorso didattico relativo ai testi musicali tratti dalla guida del Conservatorio in base agli anni specifici dei corsi musicali degli allievi. Varie sono le tipologie di studenti di fronte ai quali posso trovarmi:
piccoli bambini che si avviano allo studio del pianoforte;
soggetti magari”costretti” dai genitori;
adolescenti già formati ma che devono affrontare esami in Conservatorio;
adulti o ragazzi interessati semplicemente per il gusto di saper suonare;
bambini “talentuosi”;
bambini con difficoltà di apprendimento o con problemi di handicap.
Credo che la mia “figura professionale”, così come quella di molti colleghi, sia una professione molto delicata, piena di responsabilità, in quanto a prescindere se un “allievo” diventi pianista o altro, in primis abbiamo il compito di formare dei “futuri cittadini”, dunque ogni gesto, ogni azione, ogni parola, ogni nozione, ogni comportamento da parte nostra, deve essere realmente “pensato”,”misurato”. Qui trova dunque la sua importanza lo “studio del caso” per noi insegnanti. Spesso tra i tanti allievi è possibile averne uno o più, affetto da deficit fisici o mentali o entrambi, ed è qui che deve emergere la “professionalità” di noi docenti. Nel corso della mia esperienza lavorativa, ho avuto modo di insegnare ad allievi affetti da questi disturbi: 1 bambino autistico, 2 iperattivi ed 1 bambina talentuosa ma con disturbi comportamentali socio-emotivi. In questi casi l'insegnamento, e nello specifico quello relativo allo studio del pianoforte, è molto personalizzato e mirato esclusivamente al soggetto in questione. Talvolta, già essere riusciti a raggiungere uno stadio di concentrazione a lungo termine, è un gran risultato, per poi ovviamente perseguire l'obiettivo finale. Per quanto mi riguarda tra i tanti e vari allievi che ho seguito e seguo didatticamente, i quali quotidianamente mi gratificano per i graduali progressi che raggiungono e per le loro dimostrazioni di affetto e di rispetto che che nutrono nei miei confronti, il lavoro più soddisfacente, è quello che svolgo con uno di loro in particolare, affetto da una media iperattività psico-fisica. Si ottengono” grandi risultati attraverso piccoli passi”. Concludo le mie osservazioni didattico-professionali, esponendo la mia più totale soddisfazione nella mia attività di insegnante; come in tutti gli ambiti, alla base di tutto deve esserci Amore, Pazienza, Umiltà e Professionalità. Questi, sono gli ingredienti che dominano e regolano le mie azioni didattico-educative, attraverso i quali vorrei trasmettere l'amore per la musica, per il pianoforte, riuscendo ad esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti, attraverso il non dire ”PARLANDO”, ma dire, dove la parola non può...“SUONANDO”.
Marisa Cifelli
DANILO SIMEONE, parte 1
RispondiEliminaInsegno nella scuola pubblica da novembre 2011. Dagli anni appena precedenti quello del diploma(2007) ad oggi ho avuto, inoltre, occasione di insegnare sia a domicilio che in strutture private. Per quanto scontato possa sembrare, ci tengo comunque a specificare che i diversi contesti influenzano e determinano il modo di insegnare, quindi la maniera di relazionarsi con l’allievo, la percezione che si ha di se stessi di fronte all’allievo o alla classe. Ho avuto piena consapevolezza di ciò soltanto di recente e di conseguenza si sta facendo strada un nuovo tipo di atteggiamento. Porre maggiore attenzione ai luoghi fisici ed alle relazioni in senso ampio, quindi non esclusivamente allievo/insegnante, influisce radicalmente sull’attività didattica. Ad esempio, In una lezione a casa, la stanza dove essa si svolge può determinare una flessione in senso negativo o positivo del rendimento; a scuola, il tipo di relazione con colleghi e personale vario, l’essere a conoscenza delle dinamiche di classe anche delle lezioni altrui, cambia il nostro modo di porci nel momento della lezione. Avendo nei miei quattro anni di insegnamento nella scuola pubblica cambiato sede ogni anno, ho potuto notare in maniera evidente che in ognuna di esse il mio modo di insegnare era differente e che ciò non era strettamente legato alle attività prettamente didattiche e musicali. Ritengo sia importante essere consapevoli di ciò perché le inettitudini come gli spunti positivi possono derivare e spesso derivano dal rapporto con tutto il contesto umano e fisico che accoglie la lezione. Porre quindi attenzione a quello che ci circonda, capire in quale direzione muoversi per creare un azione quanto più sinergica con l’ambiente è di fondamentale importanza per fare bene il proprio lavoro, viverlo con motivazione e realizzarlo con professionalità.
Nel corso della mia esperienza di insegnante sento di aver avuto una progressione positiva. Non mi sento affatto compiuto, devo continuare a crescere e ad imparare, cosa che ogni buon insegnante credo debba sentire.
Quando ho iniziato mi sentivo inadatto, impacciato, avvertivo un’enorme distanza tra me e gli alunni, mi sentivo fuori posto, incapace di comunicare quello che avevo imparato in tanti anni di studio. La mia generazione è figlia di un metodo “coatto” di insegnare la musica, che non tiene conto della spontaneità, della personalità, delle attitudini e delle difficoltà di ognuno. Ritrovatomi per la prima volta davanti ad un giovane apprendista strumentista, la prima naturale intenzione è quella di proporre ogni cosa alla stessa maniera con la quale è stata insegnata a me stesso. Questo metodo unidirezionale, che per molti non ha funzionato e che prevede una serie di pratiche obsolete, probabilmente fini a se stesse (si pensi al metodo tradizionale di insegnamento del solfeggio che non tiene in considerazione il modo naturale di percepire la musica prima che questa possa essere cristallizzata attraverso nozioni teoriche), oggi non funziona, il più delle volte a qualsiasi livello; siano gli alunni bambini o adulti, predisposti e appassionati o apparentemente insofferenti alla materia, l’approccio tradizionale è per loro qualcosa di astratto, di innaturale, di non ascrivibile alla propria spontaneità musicale.
DANILO SIMEONE, parte 2
RispondiEliminaPartendo da questo dato acquisito, dico che la mia FILOSOFIA DI INSEGNAMENTO in linea generale prevede come prima e sostanziale intenzione la ricerca di una disposizione psico-fisico-caratteriale che permetta di creare una situazione di scambio tra allievo e insegnante quanto più congeniale possibile. La ricerca del del giusto modo di porsi dinanzi all’alunno è di fondamentale importanza, e prevede un’attenta disamina del modo di esprimersi verbalmente, delle emozioni e degli stati d’animo che entrano in gioco nella relazione alunno/insegnante. Ritengo che l’interazione tra docente e alunno, relativamente al range di età della scuola media, si rivela decisamente più produttiva se avviene sulla base di un rapporto umano/relazionale consapevole.
Ovviamente le metodologie e l’approccio didattico nei termini specifici della materia vanno concepiti in funzione delle attitudini, della personalità e delle richieste dell’alunno.
L’insegnamento dello strumento musicale prevede due tipologie di lezione: individuale e di gruppo.
Con gli allievi della prima media, nella quasi totalità dei casi privi di nozioni di teoria musicale, tento un primo approccio alla materia di tipo ludico-sensorialle-emotivo. Attraverso giochi prevalentemente di gruppo, che prevedono l’uso del corpo come mezzo per produrre suoni e ritmi e che hanno alla base l’improvvisazione come pratica della libera espressione, i ragazzi scoprono i parametri e le componenti del suono in maniera spontanea ed intuitiva. Procedendo nel gioco piccoli elementi e semplici strutture vengono isolati per fare in modo che l’allievo ne prenda consapevolezza. Tali elementi saranno poi associati alle corrispondenti nozioni teoriche ed alla loro funzione nell’ambito della scrittura musicale.
Il primo approccio allo strumento è purtroppo meno “spassionato”; la chitarra è uno strumento difficile da gestire fisicamente per una serie di fattori tecnico-posturali. Il ragazzo si vede il più delle volte del tutto impacciato dinanzi all’incapacità fisica di produrre un suono ben definito; il compito dell’insegnante credo sia quello di dirigere l’allievo da questo stato di impasse verso l’esecuzione delle prime brevi melodie attraverso un percorso che sia quanto più vicino alla dimensione del gioco. La scelta dello strumento avviene spesso all’oscuro delle difficoltà che comporta suonarlo; Il ragazzo ha scelto di suonare perché vuole divertirsi, non per lavorare duramente. Per questo è importane non tralasciare l’aspetto ludico, in particolare prima del raggiungimento di qualche risultato. Appena l’allievo ottiene un minimo e semplice risultato musicale di senso compiuto guadagna subito motivazione, entusiasmo ed interesse. A partire da questo momento è possibile proseguire nel percorso didattico adottando talvolta metodi e strategie proprie della scuola tradizionale, dato che l’allievo stesso avverte la necessità di apprendere quanti più mezzi utili allo scopo di suonare meglio e continuare ad imparare.
Di solito escludo a priori lo studio separato del solfeggio. Le nozioni di teoria musicale vengono cristallizzate, come per i giochi di cui ho parlato precedentemente, dopo esser state realizzate allo strumento per emulazione di se stessi(quindi del proprio corpo) o dell’insegnante.
E’ evidente che tale metodologia, ammesso che così possa definirsi, è da intendersi in termini idealistici e assoluti. L’approccio va, ben inteso, relativizzato ai casi specifici e spesso lascia spazio ad un atteggiamento prettamente intuitivo ed empirico dell’insegnante il quale, per quanto mi riguarda, deve spesso fare i conti con le proprie inettitudini.
DANILO SIMEONE, parte 3
RispondiEliminaLa pratica della musica d’insieme è di fondamentale importanza sin dai primi momenti. i giochi di improvvisazione collettiva educano all’ascolto reciproco e migliorano l’attenzione verso i vari aspetti del suono e dello strumento. Ho notato inoltre che le lezioni collettive, spesso anche solamente a piccoli gruppi di due ragazzi, hanno un impatto positivo sull’interesse e la motivazione dell’allievo. Suonare con altri permette di dare subito un senso a quello che si sta facendo; accompagnare un amico, suonare una melodia che si incastra con quella dell’altro è una cosa emozionante, che fa sentire importanti. Si instaura inoltre, sotto tutela dell’insegnante, una sana competizione, in virtù della quale i ragazzi cercano di dare il meglio di loro stessi e capiscono che le proprie eventuali negligenze sono a discapito degli altri.
Con gli alunni già avviati, di vario livello, cerco di dare spazio alle loro proposte, convogliandole, per quanto possibile, in qualcosa che riesca ad unire l’utile al dilettevole.
Mi sento solo in parte soddisfatto del mio modo di insegnare. Come già detto precedentemente, credo di esser riuscito a mutare le incapacità iniziali in attitudini potenziali. Sento quindi che c’è ancora tanto da studiare e da scoprire, e non solamente in relazione alla propria sfera d’insegnamento. Suppongo che ogni libro, ogni relazione umana, qualsiasi esperienza, fa di noi un’insegnante migliore. Il lavoro mi piace molto, spero solo di esserne un giorno all’altezza.
Non ho avuto esperienze con alunni disabili.
Granata Gioacchino (pas)
RispondiElimina• Insegnare significa trasferire il proprio sapere specifico nel modo più appropriato possibile. Significa trovare il modo giusto per avvicinare l’alunno a quella determinata disciplina incuriosendolo ed appassionandolo. Ma insegnare significa anche porre a sé stessi continui interrogativi in merito al lavoro che si sta svolgendo, e al come. Significa accettare che probabilmente quel nostro “modo” è poco efficace; oppure riconoscere che quello che ha funzionato per taluni, dovrà essere ricucito su misura per altri. Significa tirar fuori tutte le risorse possibili, soprattutto per quei casi “impossibili”. Perché sarà proprio per questi ultimi casi che il nostro lavoro troverà la propria giusta definizione: la missione.
Relativamente alla mia esperienza di insegnante, trovo poi indispensabile il dialogo aperto ed il confronto senza pregiudizi, nel rispetto reciproco e della propria professionalità, tra i colleghi in generale, ma in particolare tra quelli che applicano principi metodologici diversi, poiché il confronto arricchisce ciascuno di innumerevoli preziosi suggerimenti, e ci permette di mettere ancor meglio a fuoco le linee portanti della nostra impostazione didattica.
In ogni caso, a condurre gli alunni al raggiungimento di meravigliosi risultati, ancor prima della nostra filosofia e/o metodologia, sarà solo la nostra stessa passione per quella disciplina.
• La materia da me insegnata, è la pratica di uno strumento musicale: il clarinetto. Le abilità clarinettistiche, non implicano né una successione predeterminata, né una scansione temporale definita: esse vanno perseguite attraverso la programmazione di un curricolo individualizzato che tenga conto del livello di partenza e dei ritmi di apprendimento e maturazione dell’allievo. La sintesi di più abilità (lettura della musica, intonazione, velocità, ecc…) può essere perseguita soltanto attraverso un processo graduale di maturazione: è importante che l’insegnante solleciti costantemente lo sviluppo dell’autonomia, della creatività e della consapevolezza. Riuscire ad instaurare la giusta empatia con la classe, anche andando oltre lo specifico della materia (sono io cioè, a mostrare interesse rispetto al loro “quotidiano”), mi permette prima di tutto di trovare la giusta collocazione alla stessa. Poiché l’insegnamento del clarinetto (così come tutti gli altri strumenti), non prevede la lezione frontale, bensì quella individuale, cerco di stabilire un clima di rispettosa familiarità, fiducia, oltre che di immersione decisa nello studio della tecnica: galeotta è la metodologia adottata
Granata Gioacchino (pas)
RispondiElimina• Nell’esercizio della didattica dunque, è necessario entrare nel tecnico, in senso lato, rispettando tanto quei programmi proposti dal Ministero, quanto quelli relativi alle aspettative e capacità di ogni singolo discente. Ognuno di noi nella vita quotidiana impara sempre qualcosa, anche se molte volte non ne siamo consapevoli. Spesso nell’intraprendere una qualsiasi attività, le prime esperienze possono risultare frustranti perché ci sentiamo impacciati di acquisire una determinata abilità nel settore in cui ci siamo cimentati. Anche soltanto il maneggiare un “oggetto” nuovo, può risultare complesso. Ma traendo profitto dalla pratica, si può raggiungere l’obiettivo prefisso, semplicemente avvalendosi di una o più metodologie, simultaneamente o alternativamente. Ed è in questo caso che subentrano il bagaglio culturale, la sensibilità, l’intelligenza, la fantasia (frutto anche e soprattutto dell’esperienza) dell’insegnante, nel saper trovare la ricetta giusta per ogni situazione. Per l’insegnamento di uno strumento musicale, in particolar modo, si ricorre all’utilizzo di “metodi”. Quando si parla di metodi, ci si riferisce cioè a quei testi pervenutici dalla tradizione classica, in cui si affrontano temi legati prima di tutto, alla conoscenza dello Strumento musicale in oggetto, quindi alla postura, per poi passare ai primi tentativi di emissione del suono, ed arrivare all’ esecuzione di brevissime melodie di senso compiuto. Postura, movimento ed emissione del suono dunque, sono per un “musicista” aspetti strettamente correlati.
Ai metodi classici per definizione, vuoi per l’evoluzione di mentalità, vuoi per l’innovazione apportata dalla riforma scolastica in merito alla pratica della musica, si sono andati aggiungendo nel corso dei tempi, metodi altrettanto innovativi tanto nell’approccio, quanto nella tempistica dei risultati raggiungibili. In merito potremmo scrivere dei veri e propri trattati!
Nella mia didattica, quelli sui quali baso le mie lezioni, fanno riferimento tanto alla pura tecnica, quanto all’espressività e alla musicalità. E li estrapolo sia dalla tradizione classica, che da quella moderna e attuale.
La lezione dunque, dal punto di vista della programmazione prevista, segue in gran parte gli argomenti del testo.
• Essere soddisfatti per me, significa sì riuscire a far eseguire un brano di senso compiuto, ma significa ancor di più sapere che, attraverso quella stessa esecuzione, si sia arrivati alla giusta autonomia e consapevolezza.
Lì dove dunque, so di aver dato il possibile e trovo che gli obiettivi minimi sono stati pienamente raggiunti, riesco a sentirmi soddisfatto. Lo sono ancor di più, nel momento in cui a quel determinato momento di comunicazione musicale, è associata anche quella più strettamente emozionale, unica vera funzione della musica.
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RispondiEliminaIleana De Santis parte1
RispondiEliminaHo avuto sin ora poche esperienze di insegnamento ma ritengo che mi abbiano fatto crescere molto sia da un punto di vista professionale che umano. Fortunatamente ho frequentato anch’io la scuola a indirizzo musicale quindi sono facilitata nel tener presente come gli alunni vivono la lezione di strumento all’interno del contesto scolastico. Ricordo bene infatti cosa significasse seguire la lezione di flauto, dopo una mattinata costituita da un susseguirsi di interrogazioni e compiti in classe, di come fosse difficile concentrarsi e dimenticare l’ansia e le delusioni accumulate nelle ore precedenti. Credo sia quindi fondamentale un lavoro costante sulla motivazione e il coinvolgimento dell’alunno, ma soprattutto è mia premura fare in modo che egli sia sempre presente a se stesso. È praticamente impossibile suonare uno strumento senza essere appunto concentrati, cioè essere consapevoli di se stessi e di cosa si sta facendo sia a livello intellettuale e emotivo, sia a livello fisico.
La musica infatti è una forma di linguaggio, quindi richiede che colui che suona sia conscio di ciò che vuole dire, ma è anche un’attività che coinvolge interamente il corpo. Per questo attuo prevalentemente un metodo deduttivo- metacognitivo, coinvolgendo l’allievo in esercizi specifici per la consapevolezza corporea, in particolare nella fase iniziale in cui ci si dedica all’assimilazione di una buona tecnica respiratoria. Pongo inoltre quesiti volti a stimolare la propriocezione della sfera emotiva e fisica.
Questo metodo mi permette anche di guidare l’alunno nello studio a casa, in assenza quindi dell’insegnante. L’acquisizione di un buon metodo di studio è infatti essenziale in questa disciplina in quanto permette nello stesso tempo di ottenere buoni risultati nel minor tempo possibile e con pochi sforzi, eliminando quindi la frustrazione dell’alunno, e di limitare l’assimilazione di abitudini sbagliate( postura scorretta, irrigidimento muscolare …). Queste ultime possono comportare anche problemi seri a livello fisico e sono poi difficili da sradicare.
Ritengo sia anche fondamentale guidare l’allievo nella risoluzione delle problematiche che incontra sia a livello tecnico che interpretativo, cercando di fare in modo che sia lui stesso a trovare la soluzione del problema. In questo modo il conseguimento di determinate capacità sarà più efficace, viene facilitata l’indipendenza nello studio anche nelle altre discipline e soprattutto favorisce l’autostima dell’alunno. A mio avviso nella società in cui viviamo è molto difficile sviluppare la propria autostima in quanto siamo continuamente bombardati da informazioni che veicolano la nostra attenzione sull’importanza dell’apparire più che dell’essere. I ragazzi che frequentano la scuola secondaria di primo grado poi sono un caso emblematico in quanto si trovano nell’età adolescenziale e non c’è bisogno di spiegare quanto sia difficile accettare se stessi in questo periodo della vita. Alcuni alunni possono essere invece molto “pieni di sé”, ma magari per i motivi sbagliati. Potrebbero non essere consapevoli delle vere potenzialità che possiedono. Questa è infatti anche la società del tutto e subito, e lo studio di uno strumento musicale non è un’attività prettamente celebrale come la maggior parte delle altre discipline e richiede quindi tempi di apprendimento molto più lunghi oltre che un grande dispendio di energie. Capita così che l’alunno che riesce a conseguire un obiettivo con una tempistica notevolmente inferiore alla media non sia soddisfatto del proprio lavoro, o che perda l’entusiasmo che aveva inizialmente. Per questo insisto molto sul far presente sempre l’importanza e il valore di ogni successo ottenuto, accrescendo così la consapevolezza del valore di sé stessi.
Ileana De Santis parte2
RispondiEliminaCredo che la consapevolezza del proprio valore influisca molto sulle capacità di comunicazione e di relazione col prossimo. La difficoltà comunicativa nella musica,strumentale in particolare, sta però nel fatto che il suono non è legato a parole di senso compiuto, ma all’emotività. Ciò ovviamente vale per chi produce il suono e per chi ascolta. Per la maggior parte dei casi gli alunni non sono in grado di esplicitare cosa percepiscono a livello emotivo quando ascoltano della musica, di conseguenza si possono intuire le difficoltà che incontrano nell’ interpretazione di un brano musicale in assenza di cognizione di ciò che si vuole esprimere. Ritengo che questo sia un problema strettamente legato anche al mancato sviluppo del senso critico. Spesso gli alunni, e non solo, riguardo a un qualsiasi oggetto sanno definire solo se è bello o brutto, e non sanno spiegare cos’è che suscita questo giudizio sull’oggetto in questione. Sicuramente ciò avviene perché non sono stati abituati a riflettere su questi elementi. È mia premura quindi spingere gli allievi a sviluppare questo aspetto chiedendo loro di esprimere i loro giudizi relativi a determinate questioni che emergono durante la lezione. Inizialmente questo tipo di lavoro ha messo gli alunni a disagio ma hanno tutti compreso presto la sua importanza all’interno della lezione.
Ha per me una notevole rilevanza la musica d’insieme in quanto la considero essenziale per il potenziamento dell’orecchio armonico e dell’intonazione. Contribuisce inoltre al rafforzamento dei legami interpersonali e del rispetto reciproco, senza contare poi l’elemento della competitività che penso stimoli molto a migliorarsi.
Poiché non mi è stata mai assegnata una supplenza annuale ho potuto prendere parte a poche esibizioni o “saggi” in qualità di docente. Tuttavia ho sempre fatto in modo che tutti i miei allievi partecipassero alle esibizioni, anche chi aveva iniziato da pochi mesi. L’esibizione è un momento molto importante in cui l’alunno, ma ogni musicista di qualsiasi livello, ha l’opportunità di affermare la propria personalità a se stesso e agli altri. Cerco sempre di ricordare di non preoccuparsi di dover dimostrare il proprio valore al pubblico e neanche a se stesso, perché non è questo l’obiettivo e non è questo il motivo per cui ha scelto di suonare. Tra l’altro considero le lezioni individuali più che la performance momenti di verifica delle abilità apprese dall’alunno, e ovviamente sono occasioni anche per lui di prendere coscienza del proprio progresso. Quando ci si preoccupa di dover dimostrare la propria abilità durante la performance il risultato è sempre disastroso infatti, ciò vale anche per i professionisti.
Per quanto mi riguarda quindi, il ruolo che ricopro in qualità di insegnante è essenzialmente di guida. Gli allievi possiedono già potenzialmente le abilità necessarie e il mio compito è di aiutarli a farle diventare capacità. Il mio obiettivo principale è però quello di contribuire a rendere i ragazzi consci delle qualità proprie e altrui e della propria interiorità. Soprattutto è mia premura che imparino a essere presenti a se stessi, poiché ritengo sia ciò che ci rende liberi.
Ileana De Santis parte 3
RispondiEliminaSono abbastanza soddisfatta del mio modo di insegnare ma credo di aver bisogno di molta più esperienza prima di potermi definire una buona insegnante. Penso che il mio difetto principale sia che spiego troppe cose in poco tempo e ciò rende difficile all’alunno assimilare le nuove nozioni.
Non ho mai avuto allievi di strumento disabili ma attualmente durante il tirocinio ho modo di affiancare un’insegnate di sostegno a cui è stata affidata una ragazza con un ritardo lieve. Due anni fa invece ho avuto modo di seguire una bambina di 10 anni affetta dalla sindrome di Down durante un progetto di musica in una scuola elementare. Poiché nella sua aula ero affiancata da un collega,ho avuto l’opportunità di seguirla individualmente. Inizialmente non mi sentivo all’altezza della situazione, ma la risolutezza di questa alunna mi ha fatto prendere fiducia in me stessa. Ha voluto a tutti i costi suonare il flauto dolce come i suoi compagni, e questa è stata un’ottima occasione per inventare tattiche che facilitassero l’apprendimento dello strumento. Ciò che mi ha fatto crescere tantissimo però è stato scoprire la sua esultanza ogni volta che raggiungevamo un traguardo, la cui forza superava di gran lunga la consapevolezza della sua diversità(a volte dimentichiamo che la maggior parte dei disabili si rende perfettamente conto che la propria vita non sarà come quella dei propri compagni). Questa bambina mi ha aiutato a capire quanto sia appagante scoprire le proprie potenzialità, forse perché è questo che ci da modo di affermare la nostra individualità.
Qual’ è la sua filosofia d’ insegnamento?
RispondiEliminaTamburri Marco
Innanzitutto vorrei fare una piccola “premessa – presentazione” del mio percorso come docente. Ho iniziato la mia attività come insegnante di strumento musicale (strumenti a percussione), cinque anni or sono, e precisamente nel primo anno, con delle lezioni individuali private a diversi bambini dell’ età media di sei anni e qualcun’ altro dell’ età di quattordici anni. Ad essere sincero, ho avuto non poche difficoltà con i più piccoli, in quanto non avevo la minima idea di come pormi nei loro confronti e da dove partire per fargli intraprendere un percorso costruttivo e divertente. Poiché a quell’ età, quasi tutti non conoscono quello che riguarda la parte teorica della musica, ho dovuto trovare repentinamente un metodo per non annoiarli e farli addirittura odiare lo strumento e devo aggiungere che non sono riuscito del tutto nel mio intento e a compiere la mia opera. Negli anni successivi sino ad oggi, corrente anno, ho avuto la fortuna di trovare il posto, sempre come docente di strumento musicale, nella scuola secondaria di primo grado. Di anno in anno ho cambiato continuamente la sede. Così facendo ho avuto la possibilità, sia di approcciare e confrontarmi con un’ ulteriore fascia di età e sia di avere a che fare con ragazzi, si tutti molisani, ma di diverse zone e quindi con caratteri e personalità completamente differenti. Posso affermare che, dal mio primo giorno ad oggi, la mia filosofia d’ insegnamento è mutata. Ora come ora credo che aldilà di imparare lo strumento in maniera approfondita o meno, si debba cercare di instaurare innanzi tutto un rapporto umano con l’ allievo, creando una situazione di tranquillità e fiducia in modo che ci sia uno scambio continuo di esperienze ed emozioni , non essendo quindi il classico e scontato docente che mira soltanto al rendimento scolastico, ma una fonte dove attingere per una crescita a 360°.
Come insegna?
RispondiEliminaTamburri Marco
Anche qui vorrei fare una piccola premessa descrivendo come è strutturato l’insegnamento dello strumento musicale nella scuola secondaria di primo grado. A grandi linee è diviso in due tipologie. La prima consiste nella lezione frontale individuale, normalmente svolta in quattro lezioni mensili. L’ altra tipologia consiste nella lezione collettiva, intesa come musica d’insieme, divisa sia come musica d’insieme per lo stesso strumento, ad esempio per quanto mi riguarda è una lezione affrontata con gli alunni di strumenti a percussione di una delle tre classi . E l’ altra come musica d’insieme in formazione orchestrale, cioè comprendente anche gli altri strumenti presenti nel corso. Generalmente ad inizio anno redigo il piano di studi seguendo le linee guida ministeriali e quindi divido in unità di apprendimento l’ intero anno scolastico, per la prima, la seconda e la terza media, cercando di attenermi quanto più possibile alle suddette unità, ma al contempo tengo conto anche del livello di ciascun allievo, cercando di modificare le unità in modo che tutti riescano ad affrontare il percorso nel migliore dei modi . Nello specifico, dedico buona parte dell’ anno prettamente allo svolgimento di lezioni individuali, mentre l’ultima parte la dedico alle attività di musica d’ insieme suddette ed alla guida all’ ascolto su diversi generi musicali, completando il percorso di studio con un saggio di fine anno con l’ orchestra formata da tutti gli allievi.
Che metodologie didattiche usa?
RispondiEliminaTamburri Marco
Le metodologie da me usate, sono fondamentalmente le stesse per tutte e tre le classi, ma chiaramente diversificate per ogni classe e livello personale. Partendo dalla prima media, innanzi tutto cerco di instaurare da subito un buon rapporto con i ragazzi mettendoli a loro agio. Poi chiedo loro se già hanno avuto esperienza di studio dello strumento scelto o su altri strumenti. Poiché in pochi lo conoscono, inizio esattamente parlandogliene nello specifico e subito dopo chiedo di provare a suonarlo in modo da avere un punto di partenza. Di solito poi, inizio mostrandogli la postura da avere alla batteria e l’ impugnatura delle bacchette e di seguito come colpire il tamburo cercando fin da subito di fargli capire il principio fondamentale del rimbalzo. Proseguendo spiego loro i diversi colpi ed i primi rudimenti, che sono alla base dello studio di tale strumento e procedo gradualmente con piccoli esercizi di coordinamento, fondamentali anche loro poiché la batteria è uno strumento suonato con tutti e quattro gli arti, per arrivare già da subito a suonare i primi “groove”(ritmi), e quindi a farli divertire. Proseguo tale percorso aggiungendo poco alla volta semplici esercizi di tecnica, aumentando le difficoltà di ogni tipo di esercizio fino al terzo anno. Utilizzo diversi materiali, sia cartacei, ovvero vari libri e sia materiali multimediali quali dvd, cd, “play along” ecc. Cosa fondamentale, ogni esercizio teorico che spiego viene subito messo in pratica, poiché è proprio con essa che si acquisiscono le abilità per suonare lo strumento. Ma credo che valga in qualsiasi ambito il concetto. A fine lezione spesso porto i ragazzi a fare delle riflessioni su ciò che abbiamo affrontato durante l’ ora e a fargli capire ciò che hanno appreso.
E soddisfatto del suo modo di insegnare?
RispondiEliminaTamburri Marco
Ad essere sincero non sono del tutto soddisfatto del mio modo di insegnare per alcuni aspetti. Questo si riscontra quando ho a che fare con ragazzi che magari hanno scelto di fare strumento musicale soltanto per curiosità ed hanno una voglia di fare pari a zero, oppure ragazzi con buone potenzialità ma con scarsa partecipazione. Il problema è che la quasi totalità delle volte non so cosa fare per dare loro uno stimolo. A parte questo, credo di svolgere tutto sommato una discreta attività didattica. Spero e credo che dopo questo corso saprò districarmi anche in queste situazioni. Ps. Peccato che non ci sia stata la possibilità di affrontare la materia con un maggiore numero di ore e magari mirato solo sul nostro campo d’ insegnamento.