Come concordato nel nostro primo incontro, inserisco qui le domande a
cui rispondere. Ricordo che questa attività è destinata a chi non ha
esperienze di insegnamento.
Qual è stato il docente che segnato la sua formazione?
Che metodologie adoperava?
Che significato attribuisce all’insegnamento e all’insegnamento ai disabili?
La scadenza per l'inserimento dei commenti è fissata per le 24 del / marzo.
Non siete ovviamente tenuti a rispettare l'ordine delle domande nell'elaborazione della risposta.
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RispondiEliminaPRIMA ATTIVITA’ PER CHI NON HA INSEGNATO.
RispondiEliminaLa mia formazione (violinistica, culturale e personale) non è stata segnata da un solo docente: durante il percorso formativo, ho incontrato sempre insegnanti che mi hanno dato qualcosa di importante.
Ricordo la mia professoressa di lettere delle scuole superiori: mi ha insegnato ad approfondire tutto quello che studiavo (indipendentemente dalla disciplina), a non accontentarmi, a cercare sempre di andare oltre le persone che incontravo ed i libri che leggevo.
All’università, poi, ho incontrato alcuni docenti che hanno marcato più a fondo questa voglia di scavare nel sapere, di non accontentarsi, di conquistare giorno per giorno quelle piccole cose che potessero arricchirmi come studentessa, come musicista e, soprattutto, come persona.
Questo approccio, diventato poi il mio metodo di studio, mi è servito moltissimo in campo violinistico per ricercare con accuratezza tutte le cose belle che il suonare uno strumento comporta: la pulizia del suono, l’interpretazione, lo stile.
La figura di formatore che racchiude tutti i docenti (positivi!) che ho incontrato durante il mio percorso è il mio attuale maestro di violino. Non solo ogni volta apprendo l’arte di suonare uno strumento (anche solo ascoltandolo mentre suona, o nelle registrazioni o nei concerti), ma nel suo modo di insegnare rivedo il tipo di docente che vorrei essere. Lui non si limita a giudicare secondo l’equazione “suoni bene=bravo” “suoni male=mediocre”: cerca sempre di fare ascoltare tanto il suono del violino, di far vedere gli esercizi tecnici (ma soprattutto di farli percepire a livello fisico). Non si accontenta di una giusta interpretazione semiologica del brano: vuole capire cosa ha portato l’allievo a dare quella interpretazione e perché proprio quella e non un’altra.
Ai puri esercizi tecnici, costanti e continui, affianca spiegazioni sullo stile degli autori affrontati, varianti ritmiche e riduzioni nei passaggi difficili, morbidezza dell’arco e dalla mano sinistra per dare carattere al brano suonato. Non voglio diventare una copia del mio maestro, ma vorrei conservare la sua passione e la sua pazienza per motivare tutti gli allievi che incontrerò a non abbandonare alle prime difficoltà, a insistere; a non cercare una competizione malata e ansiosa nei concorsi e nelle audizioni, ma a studiare uno strumento per vederlo (come dice la parola stessa) un mezzo per arrivare più lontano.Per quanto riguarda l’insegnamento ai disabili attribuisco lo stesso significato che do all’insegnamento per i normodotati: aiutare a tirar fuori il meglio di sé.
Insegnare ai ragazzi disabili, poi, non è così diverso dall’insegnare agli altri ragazzi: il metodo d’insegnamento non è una medicina da propinare a chiunque. Non esiste “Il Metodo”! Esistono i ragazzi, esistono le persone: e nessuno è uguale ad un altro.
Una volta una professoressa universitaria disse che tutti noi siamo disabili, che non esistono persone troppo “strane” da non poter essere capite e aiutate e che prima o poi ognuno affronterà problemi e difficoltà che lo spingeranno a dover chiedere aiuto.
Mi rivedo molto in questi concetti.
Insegnare a un disabile strumento (insegnare a un disabile musica!) porta a tirar fuori lati del docente e lati del discente che altrimenti sarebbero rimasti nascosti: con la giusta pazienza, le giuste strategie ed il giusto metodo, tutto può essere insegnato a tutti.
Ovviamente dipende anche dal tipo di disabilità che, purtroppo, nei casi estremi, può diventare un muro!
Ma tentare di poter lavorarci, facendo vedere che la si accetta e non si fa finta di nasconderla e ignorarla, secondo me,
può portare a risultati migliori di quanto si possa sperare.
Roberta Pranzitelli.
Durante il mio percorso di studi in Conservatorio, sono stato seguito da numerosi insegnanti. La persona che ha maggiormente segnato il mio percorso di formazione musicale è stato senza dubbio il mio ultimo maestro di violino, con il quale ho frequentato gli ultimi tre anni del corso ordinamentale. Egli rispecchia in pieno le caratteristiche di quello che Carl Flesch (uno dei più grandi didatti della scuola violinistica russa) definisce come il maestro ideale: una persona che insegna per passione, che instaura un rapporto paterno con i suoi allievi e che si interessa anche dei loro problemi, anche se questi non hanno a che fare con la lezione. E' una persona che ha sempre tenuto conto della personalità dei suoi allievi. A differenza di molti docenti di Conservatorio, che conducono la lezione in modo uguale per tutti e perdendosi in lunghe dissertazioni teoriche, il mio maestro agiva con l'esempio sonoro e mi incoraggiava a studiare brani sempre più complessi dal punto di vista tecnico e interpretativo. I suoi metodi di insegnamento non sono preconfezionati ma variano a seconda dello studente e questo a mio avviso è un requisito fondamentale per essere un bravo insegnante. Con il tempo mi ha reso maestro di me stesso, dandomi sempre l'opportunità di scegliere autonomamente i mezzi tecnico-interpretativi che ritenevo più adatti all'esecuzione dei diversi brani di repertorio. Il suo entusiasmo mi ha portato a migliorare in brevissimo tempo e a superare il diploma con successo.
RispondiEliminaRecentemente mi è capitato di dare lezioni private di solfeggio e teoria musicale a un ragazzo di dodici anni, che ha poi superato il relativo esame al Conservatorio con il massimo dei voti. E' stata la mia prima esperienza di insegnamento e, per questo motivo, sono molto soddisfatto. Per prima cosa ho instaurato un rapporto relazionale positivo con il ragazzo, che adesso mi considera come un amico. Dal punto di vista didattico, c'è da considerare che il solfeggio è per antonomasia la materia più noiosa che esista. Questo perché, come spesso accade per la storia, la matematica o la storia dell'arte, agli studenti non viene data nessuna spiegazione riguardante la valenza pratica di quello che stanno studiando. Avendo notato la totale mancanza di motivazione nel ragazzo, ho inizialmente sostituito i libri di solfeggio con spartiti di musica contemporanea. Gli ho fatto ascoltare diverse registrazioni e successivamente, sono passato all'analisi delle diverse figurazioni ritmiche. Con questo metodo si è innescato immediatamente un reale interesse da parte del ragazzo, che ha iniziato a tempestarmi di domande su argomenti di teoria musicale e armonia.
Sono convinto che per le persone disabili la musica e il canto possano giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo di diverse competenze: cognitive, comunicative, motorie, visuo-spaziali, linguistiche e sociali. Lo studio della musica o di uno strumento consente alle persone con disabilità fisiche di acquistare fiducia in se stessi e di includerli a livello sociale. E' inoltre possibile avvalersi di strumenti non tradizionali creati appositamente per i portatori di handicap fisici.
Vittorio Fatica
Qual è stato il docente che ha segnato la sua formazione?
RispondiEliminaChe metodologie adoperava?
Nel corso della mia formazione ho incontrato un’insegnante che ha lasciato in me un segno importante: la mia Professoressa di Italiano del Liceo. La cosa che credo più di tutte la rendesse una brava insegnante era che a partire da una preparazione disciplinare molto buona non rinunciava a trasmettere la complessità e l’importanza di quel sapere a noi allievi, trattando argomenti e concetti piuttosto sofisticati con grande passione, riportandoli continuamente a qualcosa che, pur se difficile, era per noi significativo, in quanto trovava un riscontro nella nostra esperienza di vita. Questo modo di affrontare la didattica da un lato ci appassionava e dall’altro ci responsabilizzava, facendoci sentire in una relazione adulta. Le sue riflessioni sulle opere letterarie erano acute ed appassionate e la sensazione era che stesse condividendo con noi qualcosa di importante per lei stessa, non limitandosi a trasmettere in maniera neutra il sapere. Il suo metodo e la sua organizzazione erano poi articolati in modo da evitare di ripercorrere cronologicamente la storia della materia finendo così per non arrivare mai ai nostri giorni. La sua organizzazione didattica prevedeva infatti che nel corso di tutto il triennio ci fossero ogni settimana ore dedicate alla lettura e al commento della Divina Commedia ed ore dedicate esclusivamente al Novecento, fin dal primo liceo, oltre alle ore dedicate al tipico programma cronologico.
Inoltre lo studio della letteratura avveniva sempre e solo sui testi originali, di cui era richiesta lettura e schedatura. Il lavoro era dunque impostato con una lezione introduttiva sull’autore e l’opera, in cui venivano messe in luce alcune tematiche specifiche; si procedeva poi con la lettura in classe di brani selezionati e si continuava poi a casa con la lettura integrale e con la sottolineatura di passi che andavano etichettati in maniera tematica, riprendendo le tematiche esposte nella lezione o altre che si potevano autonomamente riscontrare. Su di una scheda andavano poi riportati i riferimenti dei passi divisi per tematiche.
Altra cosa importante era che assegnava ogni anno una ricerca ad ognuno, lasciando una certa libertà di scelta entro un ambito predeterminato. Una volta concordato un indice ragionato della ricerca si aveva poi una scadenza per relazionare alla classe.
Su di un piano più generale aveva una predisposizione di grande empatia verso tutti gli allievi, apprezzando e valorizzando le differenze. Una cosa che mi è rimasta particolarmente impressa è che non alzava mai la voce, al contrario quando si sentiva non rispettata o aveva necessità di richiamare all’attenzione abbassava il suo tono di voce e parlava con gravità e serietà, riportando immediatamente l’attenzione di tutti sulle sue parole.
Incontrare un’insegnante di questi tipo è stata un’esperienza molto importante, che ha suscitato in me la passione per lo studio. Il metodo che mi ha trasmesso è stato di grande utilità nel corso dei miei studi successivi e lo è ancora oggi.
Davide d'Alò
Che significato attribuisce all’insegnamento e all’insegnamento ai disabili?
RispondiEliminaPenso che il significato maggiore dell’insegnamento, soprattutto a bambini o adolescenti, sia quello di offrire una figura di riferimento esterna alla famiglia, un esempio ed uno stimolo a “diventare grandi” sviluppando le proprie potenzialità con passione ed impegno. Nel caso dell’insegnamento dello strumento musicale in scuole non professionalizzanti quali la Scuola Secondaria di primo grado va dunque tenuto presente che lo strumento musicale deve essere appunto strumento di crescita globale della persona, attraverso l’attività musicale, ciò vuol dire che affianco ad un lavoro di acquisizione dei rudimenti tecnici e teorici l’allievo deve fare significativa esperienza del linguaggio musicale in sé, delle sue logiche ed estetiche arrivando possibilmente a sviluppare una sensibilità musicale ben superiore a quelle che sono gioco forza le abilità tecniche di un principiante. Ciò è importante perché la musica può essere un ottimo mezzo di relazione con sé stessi e con il mondo, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza e la gestione delle emozioni, senza che ciò implichi una padronanza dello strumento musicale di livello avanzato.
Sul piano disciplinare il primo obiettivo di un insegnante di strumento dovrebbe essere quello di trasmettere l’amore per la musica, di scoprire e sostenere la motivazione degli studenti attraverso esperienze dirette del linguaggio musicale. Proprio perché i primi passi sullo strumento sono difficili e sostanzialmente noiosi credo sia necessario motivare attraverso esperienze musicali più avanzate di quello che i mezzi tecnici permetterebbero, tramite l’ascolto attivo, la partecipazione ad attività di musica di insieme con ragazzi di livello più avanzato e tramite attività volte a sviluppare la creatività (composizione e improvvisazione).
Per quanto riguarda l’insegnamento ai disabili siamo in un campo molto importante e delicato ma va detto che esistono situazioni differenti e che la definizione di “disabile” è in sé piuttosto vaga. Su di un piano generale si possono però dire alcune cose, in primis che l’insegnamento per un ragazzo disabile può e deve essere un’importante mezzo di inclusione sociale, sia grazie a conoscenze specialistiche su come vicariare alcune abilità sia grazie ad un lavoro sulle potenzialità che l’allievo disabile presenta. E’ infatti sbagliato pensare che non ci sia alcun margine di intervento anche nelle disabilità più gravi, anche perché tanto più è grave la disabilità tanto più diviene importante sviluppare al massimo le potenzialità che questa lascia intatte, fossero anche apparentemente minime.
Inoltre va detto che il principio per cui l’insegnamento è sempre anche un apprendimento da parte dell’insegnante (reciprocità), assume nel caso di insegnamento ai disabili una portata maggiore, permettendo di fare i conti con diversità radicali.
Davide d’Alò